L’arte muore davvero a Venezia

Morte a Venezia è il titolo di un pellicola di Luchino Visconti, di un libro di Thomas Mann e, a voler essere leali verso la realtà, dell’estate artistica in Laguna. Quale altra motto si potrebbe usare per riunire le mostre sadicamente simultanee, fra Palazzo Ducale, Palazzo Grimani, Giudecca e Biennale, di Baselitz, Kiefer, Nitsch e Tosatti?

In questo periodo a Venezia c’è un ingorgo di mostre funebri e artisti lugubri. Ce n’era bisogno? Solo a me tutto ciò sembra un accanimento? Che pessima e pigra idea quella di un mortorio in una città che si sta estinguendo (ufficialmente si parla, con un eufemismo, di «spopolamento»). In una nazione fra le più vecchie del pianeta (se non temete di scoraggiarvi troppo andate a leggere Gli ultimi italiani del grande statistico Roberto Volpi). Dopo due anni di pandemia ossia dopo un’interminabile e per l’appunto non del tutto terminata sequela di lutti e terrori, reclusioni e persecuzioni. Il sistema dell’arte contemporanea si immagina di essere trasgressivo ma è soltanto capace di allestire tautologie. E tanatalogie, chiaro. Baselitz che capovolge i ritratti facendo di ogni esposizione una Piazzale Loreto. Kiefer che ricopre la Sala dello Scrutinio di bare e croci nere. Nitsch nei cui enormi dipinti l’olio sembra sangue, con sensazione di mattatoio e eccidio. Tosatti con la sua scenografia di vecchia fabbrica fallita, coi lavoratori licenziati anzi annientati, più Cimitero Italia che Padiglione Italia…

La persona di mezza cultura, colui che ha visto troppi impiccati di Cattelan e troppo pochi quadri di pittori viventi, potrebbe dirmi: ma cosa vuoi farci? Questo è lo Zeitgeist! Questa è l’inevitabile arte contemporanea! E io, che non faccio che guardare quadri nuovi, potrei rispondere: ma che Zeitgeist d’Egitto! Come ha detto Hans Magnus Enzensberger «non esiste cosa più ottusa dello Zeitgeist», e nulla di più conformista, aggiungo io. Grazie a Dio gli artisti controcorrente esistono, pittori e non solo pittori, capaci di una visione alternativa rispetto a siffatto funerale permanente. Parecchi di costoro sono italiani e potrebbero, invitati in Laguna, contribuire a una esposizione, questa sì sorprendente, da intitolarsi Vita a Venezia. Come una formidabile pernacchia ai becchini dell’arte da Hegel a Urs Fischer, passando per Duchamp. Ho stilato una lista e la sciorino qui perché restare sul generico è troppo comodo, mentre fare nomi significa esporsi, rischiare, magari fecondare. Al Baselitz antiumano vorrei paragonare gli orgogliosi, neoboldiniani ritratti femminili di Enrico Robusti, le tele così venete del ritrattista ottimista Manuel Pablo Pace, le tavole impressionanti in cui Nicola Verlato riporta in vita Petrarca e Raffaello. Al mortifero Kiefer vorrei paragonare i murali brulicanti di vita di Gola Hundun, un romagnolo che sulle pareti dipinte arriva a collocare nidi per uccelli, affinché l’arte cinguetti, e poi i fiori inventati di Enrico Minguzzi, i paesaggi ipersolari di Mauro Reggio. Al sanguinario Nitsch vorrei paragonare la tenerezza domestica di Pietro Albetti, i ritratti che Federico Lombardo e Daniele Vezzani hanno dedicato alle rispettive figlie, e le sculture amorose di Marco Cornini. Al desolante Tosatti vorrei paragonare i quadri che Daniele Galliano affolla di persone che si divertono e i muri che Agostino Iacurci affolla di cose divertenti.

Morte a Venezia è il titolo di un pellicola di Luchino Visconti, di un libro di Thomas Mann e, a voler essere leali verso la realtà, dell’estate artistica in Laguna. Quale altra motto si potrebbe usare per riunire le mostre sadicamente simultanee, fra Palazzo Ducale, Palazzo Grimani, Giudecca e Biennale, di Baselitz, Kiefer, Nitsch e Tosatti?

In questo periodo a Venezia c’è un ingorgo di mostre funebri e artisti lugubri. Ce n’era bisogno? Solo a me tutto ciò sembra un accanimento? Che pessima e pigra idea quella di un mortorio in una città che si sta estinguendo (ufficialmente si parla, con un eufemismo, di «spopolamento»). In una nazione fra le più vecchie del pianeta (se non temete di scoraggiarvi troppo andate a leggere Gli ultimi italiani del grande statistico Roberto Volpi). Dopo due anni di pandemia ossia dopo un’interminabile e per l’appunto non del tutto terminata sequela di lutti e terrori, reclusioni e persecuzioni. Il sistema dell’arte contemporanea si immagina di essere trasgressivo ma è soltanto capace di allestire tautologie. E tanatalogie, chiaro. Baselitz che capovolge i ritratti facendo di ogni esposizione una Piazzale Loreto. Kiefer che ricopre la Sala dello Scrutinio di bare e croci nere. Nitsch nei cui enormi dipinti l’olio sembra sangue, con sensazione di mattatoio e eccidio. Tosatti con la sua scenografia di vecchia fabbrica fallita, coi lavoratori licenziati anzi annientati, più Cimitero Italia che Padiglione Italia…

La persona di mezza cultura, colui che ha visto troppi impiccati di Cattelan e troppo pochi quadri di pittori viventi, potrebbe dirmi: ma cosa vuoi farci? Questo è lo Zeitgeist! Questa è l’inevitabile arte contemporanea! E io, che non faccio che guardare quadri nuovi, potrei rispondere: ma che Zeitgeist d’Egitto! Come ha detto Hans Magnus Enzensberger «non esiste cosa più ottusa dello Zeitgeist», e nulla di più conformista, aggiungo io. Grazie a Dio gli artisti controcorrente esistono, pittori e non solo pittori, capaci di una visione alternativa rispetto a siffatto funerale permanente. Parecchi di costoro sono italiani e potrebbero, invitati in Laguna, contribuire a una esposizione, questa sì sorprendente, da intitolarsi Vita a Venezia. Come una formidabile pernacchia ai becchini dell’arte da Hegel a Urs Fischer, passando per Duchamp. Ho stilato una lista e la sciorino qui perché restare sul generico è troppo comodo, mentre fare nomi significa esporsi, rischiare, magari fecondare. Al Baselitz antiumano vorrei paragonare gli orgogliosi, neoboldiniani ritratti femminili di Enrico Robusti, le tele così venete del ritrattista ottimista Manuel Pablo Pace, le tavole impressionanti in cui Nicola Verlato riporta in vita Petrarca e Raffaello. Al mortifero Kiefer vorrei paragonare i murali brulicanti di vita di Gola Hundun, un romagnolo che sulle pareti dipinte arriva a collocare nidi per uccelli, affinché l’arte cinguetti, e poi i fiori inventati di Enrico Minguzzi, i paesaggi ipersolari di Mauro Reggio. Al sanguinario Nitsch vorrei paragonare la tenerezza domestica di Pietro Albetti, i ritratti che Federico Lombardo e Daniele Vezzani hanno dedicato alle rispettive figlie, e le sculture amorose di Marco Cornini. Al desolante Tosatti vorrei paragonare i quadri che Daniele Galliano affolla di persone che si divertono e i muri che Agostino Iacurci affolla di cose divertenti.

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