La battaglia che spopolò la “fine del mondo”

Ai confini delle Ebridi, l’arcipelago più remoto della vecchia Europa, sorge l’isola di Hirta, rimasta completamente disabitata nel 1930. Colonia prediletta dalle pulcinelle di mare, simpatici uccelli che ricordano dei pinguini audaci, capaci di volare, fu abitata dall’uomo fin dal tempo dei celti e dei vichinghi, ma secondo i molte fonti, sarebbe stata la piccola innocua battaglia armata da un sommergibile della Kaiserliche Marine nel 1918 a decretarne il definitivo spopolamento.

Dopo l’attacco del sommergibile che distrusse alcune istallazioni del tutto innocue mettendo in fuga isolani e soldati che si erano stabiliti con compiti di avvistamento, si optò per la costruzione di una postazione di artiglieria (che non sparò mai). Il flusso di personale militare, tuttavia, portando con se storie ed eventi che mai avevano neppure sfiorato la mente della piccola comunità vissuta da sempre ai confini del mondo, convinsero molti ad abbandonare la remota Hirta per affrontare altrove un mondo dove la vita di tutti i giorni sembrava farsi più facile. Giustificando, sebbene con dispiacere immenso, l’abbandono della terra natia che aveva raggiunto il suo “picco” con i 180 abitanti della fine del XVII secolo.

La guerra ai confini del mare

La Grande Guerra che aveva travolto e scosso il mondo, nel maggio nel 1918 – sulle ultimissime battute del lotta totale – finì per scuotere anche le isole di St.Kilda. Un sommergibile tedesco U-90 (Type 87), impegnato nel suo sesto pattugliamento nell’Atlantico occidentale a caccia di naviglio della Triplice Intesa, decise di entrare nella baia dell’isola – dove sorge il Village Bay – per verificare l’eventuale presenza di installazioni militari nemiche. Era il 15 maggio, quando nelle prime ore del mattino il sommergibile tedesco aprì il fuoco con l’unico pezzo d’artiglieria montato sul ponte dopo aver emesso un segnale acustico che terrorizzò gran parte degli isolani quale cattivo presagio. I marinai del Kaiser pensavano di aver centrato una stazione radio con annessi acquartieramenti militari: centrarono un magazzino per granaglie, la chiesa e alcune case (una di queste adibita ad ufficio per la stazione radio). Alla vista di soldati inglesi, l’equipaggio del sommergibile decise di rinunciare allo sbarco per dileguarsi nelle basse profondità concessegli dalla tecnologia del tempo.

Questa piccola scaramuccia venne comunque considerata dall’Ammiragliato come uno dei più “temerari attacchi” sferrati ai danne delle coste britanniche in tutta la guerra. Se ne registrarono 15 in tutto. E in virtù di questo, il comando ordinò l’immediata installazione di artiglieria a protezione della baia. I lavori per la ricostruzione e l’impianto di quella che avrebbe rappresentato la “difesa permanente” di Hirta furono terminati con fatica per il 13 ottobre. Appena 28 giorni dopo, si ratificava l’armistizio che poneva fine alla guerra, lasciando sull’isola un cannone che non avrebbe mai sparato un colpo ma il passaggio e la contagio non trascurabile degli uomini giunti sull’isola con racconti “straordinari” di un mondo che cambiava velocemente.

I racconti straordinari di un mondo moderno

Secondo molti scrittori e ricercatori, l’occupazione e la battaglia della baia e la costruzione del “cannone che non sparò mai” rappresenterebbero uno spartiacque significativo della storia di St Kilda. Non meno della perdita di valore sul mercato delle poche cose che venivano esportate dagli isolani per tirare a campare.

Quando “piume, tweed, pecore ed olio di uccelli marini” iniziarono a non interessare più come un tempo sul continente, dove la vita si faceva sempre più facile grazie alle moderne tecnologie, le coriacea resistenza degli isolani iniziò a venir meno. La vita su Hirta era diventata anacronistica, e i racconti dei militari che vi avevano prestato servizio non avevano edificato altro che mettere sempre più a nudo la faccenda. Le storie che avevano portato sull’isola narravano di “semplicità” nel vivere e grande ricchezza di “opportunità”. Mentre il indice di mortalità infantile su Hirta cresceva, e si protraeva il rischio di morire per semplici complicazioni mediche che sulla terraferma sarebbero state facilmente curate.

Nel 1930 gli ultimi 36 abitanti dell’isola, a seguito di un invernata particolarmente immobile che li aveva quasi ridotti alla fame, chiesero di essere evacuati sul continente, abbandonando la loro terra per sempre. Il destino dell’intero arcipelago di St. Kilda era segnato.

Sull’isola di Hirta rimase solo una piccola postazione militare per il controllo dei sistemi missilistici di quello che gli inglesi hanno chiamato Deep Sea Range. L’unica cosa che nel corso degli anni è rimasta al passo coi tempi. Per il resto, sull’isola più grande del remoto arcipelago che per secoli ha eccitato l’immaginazione di scrittori, storici, scienziati e avventurieri, rimangono solo case di pietra disabitate, un cannone che non ha mai sparato un colpo, i resti di tre sfortunati aerei da guerra schiantati sulle sue alture, alcune pecore della razza più antica di Scozia, le Soay, centinaia di pulcinelle di mare, e pochi sparuti e temerari turisti. Persone che affrontando un lungo viaggio su piccole imbarcazioni a motore – di consueto in agosto – non possono fare a meno di riflettere quanto potesse essere dura la vita su Hirta, quando ogni cosa doveva essere raggiunta a vela o a remi, nei mesi più rigidi dell’anno, magari con il mare mosso.

Nel 1697 lo scrittore scozzese Martin Martin scrisse che gli abitanti di Hirta apparvero ai suoi occhi come “molto più felici della generalità dell’umanità”, poiché erano a suo dire “le uniche persone al mondo” capaci di sentire “la dolcezza della vera libertà”. Molti degli isolani di ultima generazione che ripararono in Australia pare abbiano lottato con questo pensiero fino alla loro ultima dipartita. Non avendo mai dimenticato lo grandissimo senso di libertà di una vita passata ai confini del mondo.

Ai confini delle Ebridi, l’arcipelago più remoto della vecchia Europa, sorge l’isola di Hirta, rimasta completamente disabitata nel 1930. Colonia prediletta dalle pulcinelle di mare, simpatici uccelli che ricordano dei pinguini audaci, capaci di volare, fu abitata dall’uomo fin dal tempo dei celti e dei vichinghi, ma secondo i molte fonti, sarebbe stata la piccola innocua battaglia armata da un sommergibile della Kaiserliche Marine nel 1918 a decretarne il definitivo spopolamento.

Dopo l’attacco del sommergibile che distrusse alcune istallazioni del tutto innocue mettendo in fuga isolani e soldati che si erano stabiliti con compiti di avvistamento, si optò per la costruzione di una postazione di artiglieria (che non sparò mai). Il flusso di personale militare, tuttavia, portando con se storie ed eventi che mai avevano neppure sfiorato la mente della piccola comunità vissuta da sempre ai confini del mondo, convinsero molti ad abbandonare la remota Hirta per affrontare altrove un mondo dove la vita di tutti i giorni sembrava farsi più facile. Giustificando, sebbene con dispiacere immenso, l’abbandono della terra natia che aveva raggiunto il suo “picco” con i 180 abitanti della fine del XVII secolo.

La guerra ai confini del mare

La Grande Guerra che aveva travolto e scosso il mondo, nel maggio nel 1918 – sulle ultimissime battute del lotta totale – finì per scuotere anche le isole di St.Kilda. Un sommergibile tedesco U-90 (Type 87), impegnato nel suo sesto pattugliamento nell’Atlantico occidentale a caccia di naviglio della Triplice Intesa, decise di entrare nella baia dell’isola – dove sorge il Village Bay – per verificare l’eventuale presenza di installazioni militari nemiche. Era il 15 maggio, quando nelle prime ore del mattino il sommergibile tedesco aprì il fuoco con l’unico pezzo d’artiglieria montato sul ponte dopo aver emesso un segnale acustico che terrorizzò gran parte degli isolani quale cattivo presagio. I marinai del Kaiser pensavano di aver centrato una stazione radio con annessi acquartieramenti militari: centrarono un magazzino per granaglie, la chiesa e alcune case (una di queste adibita ad ufficio per la stazione radio). Alla vista di soldati inglesi, l’equipaggio del sommergibile decise di rinunciare allo sbarco per dileguarsi nelle basse profondità concessegli dalla tecnologia del tempo.

Questa piccola scaramuccia venne comunque considerata dall’Ammiragliato come uno dei più “temerari attacchi” sferrati ai danne delle coste britanniche in tutta la guerra. Se ne registrarono 15 in tutto. E in virtù di questo, il comando ordinò l’immediata installazione di artiglieria a protezione della baia. I lavori per la ricostruzione e l’impianto di quella che avrebbe rappresentato la “difesa permanente” di Hirta furono terminati con fatica per il 13 ottobre. Appena 28 giorni dopo, si ratificava l’armistizio che poneva fine alla guerra, lasciando sull’isola un cannone che non avrebbe mai sparato un colpo ma il passaggio e la contagio non trascurabile degli uomini giunti sull’isola con racconti “straordinari” di un mondo che cambiava velocemente.

I racconti straordinari di un mondo moderno

Secondo molti scrittori e ricercatori, l’occupazione e la battaglia della baia e la costruzione del “cannone che non sparò mai” rappresenterebbero uno spartiacque significativo della storia di St Kilda. Non meno della perdita di valore sul mercato delle poche cose che venivano esportate dagli isolani per tirare a campare.

Quando “piume, tweed, pecore ed olio di uccelli marini” iniziarono a non interessare più come un tempo sul continente, dove la vita si faceva sempre più facile grazie alle moderne tecnologie, le coriacea resistenza degli isolani iniziò a venir meno. La vita su Hirta era diventata anacronistica, e i racconti dei militari che vi avevano prestato servizio non avevano edificato altro che mettere sempre più a nudo la faccenda. Le storie che avevano portato sull’isola narravano di “semplicità” nel vivere e grande ricchezza di “opportunità”. Mentre il indice di mortalità infantile su Hirta cresceva, e si protraeva il rischio di morire per semplici complicazioni mediche che sulla terraferma sarebbero state facilmente curate.

Nel 1930 gli ultimi 36 abitanti dell’isola, a seguito di un invernata particolarmente immobile che li aveva quasi ridotti alla fame, chiesero di essere evacuati sul continente, abbandonando la loro terra per sempre. Il destino dell’intero arcipelago di St. Kilda era segnato.

Sull’isola di Hirta rimase solo una piccola postazione militare per il controllo dei sistemi missilistici di quello che gli inglesi hanno chiamato Deep Sea Range. L’unica cosa che nel corso degli anni è rimasta al passo coi tempi. Per il resto, sull’isola più grande del remoto arcipelago che per secoli ha eccitato l’immaginazione di scrittori, storici, scienziati e avventurieri, rimangono solo case di pietra disabitate, un cannone che non ha mai sparato un colpo, i resti di tre sfortunati aerei da guerra schiantati sulle sue alture, alcune pecore della razza più antica di Scozia, le Soay, centinaia di pulcinelle di mare, e pochi sparuti e temerari turisti. Persone che affrontando un lungo viaggio su piccole imbarcazioni a motore – di consueto in agosto – non possono fare a meno di riflettere quanto potesse essere dura la vita su Hirta, quando ogni cosa doveva essere raggiunta a vela o a remi, nei mesi più rigidi dell’anno, magari con il mare mosso.

Nel 1697 lo scrittore scozzese Martin Martin scrisse che gli abitanti di Hirta apparvero ai suoi occhi come “molto più felici della generalità dell’umanità”, poiché erano a suo dire “le uniche persone al mondo” capaci di sentire “la dolcezza della vera libertà”. Molti degli isolani di ultima generazione che ripararono in Australia pare abbiano lottato con questo pensiero fino alla loro ultima dipartita. Non avendo mai dimenticato lo grandissimo senso di libertà di una vita passata ai confini del mondo.

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