Paul McCartney, il bravo ragazzo che fece ballare il mondo unitamente un tempo nuovo

Se qualcuno si trovasse dalle parti di Glastonbury, dico Bristol o giù di lì, sappia che tra qualche giorno potrebbe ascoltare la voce e la musica di un ottantenne. Ci sarà un festival da quelle parti e l’ottuagenario prepara un colpo dei suoi. Trattasi di McCartney, anzi sir James Paul McCartney, nato giovedì 18 di giugno del Quarantadue, nell’ospedale Walton, dove sua madre Mary Patricia lavorava come infermiera. Suo padre Jim non era presente all’evento, dopo aver perso l’impiego in una ditta di tessuti aveva selezionato di servire la nazione come pompiere volontario, rispondendo a uno dei mille appelli in piena guerra mondiale. Liverpool era stata devastata e bombardata più volte dalla Luftwaffe, Winston Churchill, visitando la città bruciata, disse: «Ho visto la tragedia provocata dagli attacchi del nemico ma ho visto anche lo spirito di un popolo indomito». La famiglia McCartney non navigava nelle sterline, Jim, dopo la guerra, ritrovò il logoro posto in ditta, Mary Patricia divenne ostetrica. Paul frequentò le elementari alla Stockton Wood Road School di Speke, la scuola era così affollata che Paul fu trasferito a Belle Vale alla Joseph Williams Junior School e, nelle classi superiori, al Liverpool Institute, storico istituto creato a metà dell’Ottocento. Accadde che un giorno, sul bus che lo accompagnava alle lezioni, Paul incontrasse George di cognome Harrison, di otto mesi più giovane.

La presupposto o introduzione serve a capire, forse-chissà, di come le amicizie scolastiche possano cambiare il fortuna di due ragazzi, di una città, di una nazione, del mondo e della storia della musica. Dunque i Beatles con tutto quello che hanno rappresentato, non soltanto chitarre e batteria e capelli e stivaletti, gruppo e band, ma fenomeno unico artistico, capolavoro contabile, messi assieme nel 1962 da Brian Epstein che intuì di trovarsi di fronte non a un complesso di rock and roll ma qualcosa di più, parecchio di più. «Macca», semplicemente «Macca», prese a suonare sul serio la chitarra nel 1957, secondo sua memoria personale. Suo padre si dilettava con pianoforte e tromba, propose l’undicenne al coro della cattedrale di Liverpool ma Paul venne scartato, un nuovo provino in un’altra chiesa, a Mosley Hill, un sobborgo di Liverpool, fu positivo e Paul ricevette come premio dal padre una bella e luccicante tromba che il ragazzo pensò di barattare con una chitarra acustica Framus Zenith modello 17 sulla ad esempio Paul, il southpaw, il mancino, invertì le corde e ripeteva gli accordi di Elvis, Buddy Holly, Carl Perkins, Chuck Berry e soci, non dimenticando poi Little Richard del ad esempio Paul tentò di imitare la voce in I’m down, da lui definita «a plastic song». Al pianoforte compose When I’m Sixty-Four, gioco immaginario che sarebbe stato poi rivisto e ripreso con i sodali della grande avventura.

Scrivere di McCartney è scrivere della storia favolosa di quattro ragazzi e di un’epoca irripetibile, per la musica, per l’Inghilterra, per il resto del mondo che prendeva a ballare, saltare, dondolare, muoversi alla ricerca di un tempo nuovo e di una libertà diversa. Scoppiò la beatlesmania, Paul era il «cute», il carino dei quattro ma la sua baby face non acchiappava sempre come lo sguardo miope di Lennon, la solitaria figura di Harrison, non dico, ovviamente, la maschera buffa di Ringo. Il gruppo perse alcuni interpreti e cambiò diversi nomi, «The Quarrymen», «Johnny and the Moondogs», «Beatals», «The Silver Beetles», finalmente, nel 1960, «The Beatles». Paul decise di lasciare ad altri ritmica e solista e prendersi il basso che era stato abbandonato da Stuart Sutcliffe. Venne il resto, dunque la storia e la leggenda anche un po’ di romanzo, la droga e i matrimoni, tre, i figli, cinque, il titolo di Sir, quello di «Companion of Honour», per il contributo all’arte della musica, 18 Grammys, due volte nella Hall of Fame del Rock and Roll, laurea ad honorem all’Università del Sussex, idem all’Università Yale, Premio Gershwin, Rosetta della Legione d’Onore, Cavaliere di Sua Maestà, l’asteroide 4148 con il suo nome, 60 dischi d’oro, scrivo Yesterday e risultano 2.200 versioni che, secondo la Bbc, sono state riprodotte più di sette milioni di volte nelle radio americane, arrivo a Hey Jude, cinque milioni di copie vendute nel giro di qualche giorno dall’uscita. Patrimonio miliardario e tot di più, cognome, marchio, azienda. Fu «Macca» a volere l’ultimo concerto sulla terrazza di Abbey Road, fu lui a convincere il compagno di bus, George, che non voleva altra pubblicità, fu lui a costringere Yoko a seguire John sul roof, fu lui a rispedire i bobbies saliti per la musica open della band che infastidiva i vicini. Vennero i Wings, venne Live and Let Die, venne Band of the run, vennero melodie di miele eccessivo, musica senza memoria e qualche colpo di scena, la coppia con Steve Wonder in Ebony and Ivory, l’altra con Michael Jackson per The Girl is mine, ancora con Kanye West e Rihanna in FourFiveSeconds. Aggiungo Hey Grandude!, leggenda di un nonno e tre nipotini e un magico compasso, illustrata da Kathryn Durst e, ancora, una sontuosa antologia in due volumi con i testi e la storia delle cento e più canzoni. Non è finita. Gli ottant’anni di oggi sono un semplice passaggio, a day in the life, c’è «Macca» a Glastonbury, «… ci sono luoghi che ricorderò per tutta la vita anche se qualcuno è cambiato, qualcuno per sempre, non per il meglio, qualcuno se ne è andato, qualcuno è restato, tutti questi luoghi hanno i propri momenti che ancora posso ricordare con amanti e amici, alcuni sono morti, alcuni sono vivi, nella mia vita li ho amati tutti…» (In my life, 1965).

Se qualcuno si trovasse dalle parti di Glastonbury, dico Bristol o giù di lì, sappia che tra qualche giorno potrebbe ascoltare la voce e la musica di un ottantenne. Ci sarà un festival da quelle parti e l’ottuagenario prepara un colpo dei suoi. Trattasi di McCartney, anzi sir James Paul McCartney, nato giovedì 18 di giugno del Quarantadue, nell’ospedale Walton, dove sua madre Mary Patricia lavorava come infermiera. Suo padre Jim non era presente all’evento, dopo aver perso l’impiego in una ditta di tessuti aveva selezionato di servire la nazione come pompiere volontario, rispondendo a uno dei mille appelli in piena guerra mondiale. Liverpool era stata devastata e bombardata più volte dalla Luftwaffe, Winston Churchill, visitando la città bruciata, disse: «Ho visto la tragedia provocata dagli attacchi del nemico ma ho visto anche lo spirito di un popolo indomito». La famiglia McCartney non navigava nelle sterline, Jim, dopo la guerra, ritrovò il logoro posto in ditta, Mary Patricia divenne ostetrica. Paul frequentò le elementari alla Stockton Wood Road School di Speke, la scuola era così affollata che Paul fu trasferito a Belle Vale alla Joseph Williams Junior School e, nelle classi superiori, al Liverpool Institute, storico istituto creato a metà dell’Ottocento. Accadde che un giorno, sul bus che lo accompagnava alle lezioni, Paul incontrasse George di cognome Harrison, di otto mesi più giovane.

La presupposto o introduzione serve a capire, forse-chissà, di come le amicizie scolastiche possano cambiare il fortuna di due ragazzi, di una città, di una nazione, del mondo e della storia della musica. Dunque i Beatles con tutto quello che hanno rappresentato, non soltanto chitarre e batteria e capelli e stivaletti, gruppo e band, ma fenomeno unico artistico, capolavoro contabile, messi assieme nel 1962 da Brian Epstein che intuì di trovarsi di fronte non a un complesso di rock and roll ma qualcosa di più, parecchio di più. «Macca», semplicemente «Macca», prese a suonare sul serio la chitarra nel 1957, secondo sua memoria personale. Suo padre si dilettava con pianoforte e tromba, propose l’undicenne al coro della cattedrale di Liverpool ma Paul venne scartato, un nuovo provino in un’altra chiesa, a Mosley Hill, un sobborgo di Liverpool, fu positivo e Paul ricevette come premio dal padre una bella e luccicante tromba che il ragazzo pensò di barattare con una chitarra acustica Framus Zenith modello 17 sulla ad esempio Paul, il southpaw, il mancino, invertì le corde e ripeteva gli accordi di Elvis, Buddy Holly, Carl Perkins, Chuck Berry e soci, non dimenticando poi Little Richard del ad esempio Paul tentò di imitare la voce in I’m down, da lui definita «a plastic song». Al pianoforte compose When I’m Sixty-Four, gioco immaginario che sarebbe stato poi rivisto e ripreso con i sodali della grande avventura.

Scrivere di McCartney è scrivere della storia favolosa di quattro ragazzi e di un’epoca irripetibile, per la musica, per l’Inghilterra, per il resto del mondo che prendeva a ballare, saltare, dondolare, muoversi alla ricerca di un tempo nuovo e di una libertà diversa. Scoppiò la beatlesmania, Paul era il «cute», il carino dei quattro ma la sua baby face non acchiappava sempre come lo sguardo miope di Lennon, la solitaria figura di Harrison, non dico, ovviamente, la maschera buffa di Ringo. Il gruppo perse alcuni interpreti e cambiò diversi nomi, «The Quarrymen», «Johnny and the Moondogs», «Beatals», «The Silver Beetles», finalmente, nel 1960, «The Beatles». Paul decise di lasciare ad altri ritmica e solista e prendersi il basso che era stato abbandonato da Stuart Sutcliffe. Venne il resto, dunque la storia e la leggenda anche un po’ di romanzo, la droga e i matrimoni, tre, i figli, cinque, il titolo di Sir, quello di «Companion of Honour», per il contributo all’arte della musica, 18 Grammys, due volte nella Hall of Fame del Rock and Roll, laurea ad honorem all’Università del Sussex, idem all’Università Yale, Premio Gershwin, Rosetta della Legione d’Onore, Cavaliere di Sua Maestà, l’asteroide 4148 con il suo nome, 60 dischi d’oro, scrivo Yesterday e risultano 2.200 versioni che, secondo la Bbc, sono state riprodotte più di sette milioni di volte nelle radio americane, arrivo a Hey Jude, cinque milioni di copie vendute nel giro di qualche giorno dall’uscita. Patrimonio miliardario e tot di più, cognome, marchio, azienda. Fu «Macca» a volere l’ultimo concerto sulla terrazza di Abbey Road, fu lui a convincere il compagno di bus, George, che non voleva altra pubblicità, fu lui a costringere Yoko a seguire John sul roof, fu lui a rispedire i bobbies saliti per la musica open della band che infastidiva i vicini. Vennero i Wings, venne Live and Let Die, venne Band of the run, vennero melodie di miele eccessivo, musica senza memoria e qualche colpo di scena, la coppia con Steve Wonder in Ebony and Ivory, l’altra con Michael Jackson per The Girl is mine, ancora con Kanye West e Rihanna in FourFiveSeconds. Aggiungo Hey Grandude!, leggenda di un nonno e tre nipotini e un magico compasso, illustrata da Kathryn Durst e, ancora, una sontuosa antologia in due volumi con i testi e la storia delle cento e più canzoni. Non è finita. Gli ottant’anni di oggi sono un semplice passaggio, a day in the life, c’è «Macca» a Glastonbury, «… ci sono luoghi che ricorderò per tutta la vita anche se qualcuno è cambiato, qualcuno per sempre, non per il meglio, qualcuno se ne è andato, qualcuno è restato, tutti questi luoghi hanno i propri momenti che ancora posso ricordare con amanti e amici, alcuni sono morti, alcuni sono vivi, nella mia vita li ho amati tutti…» (In my life, 1965).

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