Orwell, un vero patriota contro i nazionalismi

Nel maggio 1945 a poche settimane dalla conclusione del secondo conflitto mondiale e nello stesso anno di pubblicazione di Animal Farm (La fattoria degli animali), uno dei suoi più celebri romanzi George Orwell dette alle stampe un piccino ma denso saggio politico, Notes on Nationalism, che suscitò grande dividendo e qualche polemica. Era certamente di attualità allora, quel saggio, e lo è anche oggi in un’epoca nella quale le spinte nazionaliste e sovraniste sono tornate prepotentemente di attualità pur nel contesto di un nuovo ordine internazionale globale diverso da quello creato all’indomani della guerra mondiale. Quel piccino saggio ora opportunamente riproposto al pubblico italiano con il titolo Sul nazionalismo (Lindau, pagg. 64, euro 9) appartiene all’ultimo, ma fecondissimo, scorcio della vita del giornalista e scrittore inglese. Ed è, sotto un certo disegno, assai significativo per comprendere le idee politiche di uno scrittore sul quale si è spesso equivocato presentandolo come un socialista irrequieto ma, tutto sommato, coerente.

Nato in India da una famiglia piccino-borghese di origini scozzesi, Orwell (1903-1950), spirito naturalmente anticonformista e polemico, trovò la propria strada dopo esperienze umane, lavorative e politiche disparate. Dopo aver analizzato all’Eton College, dove aveva avuto fra i suoi docenti Aldous Huxley, si era arruolato, seguendo le orme paterne, nella polizia imperiale in Birmania, ma ben presto aveva lasciato il lavoro per recarsi a Parigi dove visse per qualche epoca una esistenza da vagabondo e bohémien conoscendo la miseria e la carità pubblica. Tornato in Inghilterra, pur tra lavori occasionali, poté votarsi al giornalismo e alla scrittura pubblicando romanzi e testi autobiografici che contribuirono alla sua notorietà. Il momento di svolta della sua vita fu, però, la partecipazione alla guerra civile spagnola come combattente al fianco delle milizie antifranchiste: una esperienza, questa, dalla quale nacque una delle sue opere più belle e più famose, Omaggio alla Catalogna (1938), che costituisce tuttora un documentato atto di accusa nei confronti dei comunisti stalinisti accusati di aver tradito, sotto il controllo dei sovietici, le forze lealiste e gli anarchici. Fu poi, durante il secondo conflitto mondiale, corrispondente di guerra per varie testate, a cominciare dall’Observer, e per la Bbc e scrisse, fra gli altri, i due libri più celebri, il ricordato La fattoria degli animali (1945) e 1984 (1948), opere che, sotto la veste della favola e della allegoria, rappresentarono un feroce atto di accusa contro il totalitarismo e in tipico contro lo stalinismo. Vale la pena di rammentare che La fattoria degli animali, poi divenuto un bestseller mondiale, ebbe qualche difficoltà ad essere pubblicato perché, all’epoca della sua stesura, la Gran Bretagna era ancora alleata con l’Unione Sovietica nella lotta contro Adolf Hitler e il nazionalsocialismo.

Grande scrittore politico, Orwell non fu mai un politico militante nel senso proprio del termine anche se amava definirsi un socialista democratico: malgrado le collaborazioni con testate di sinistra e segnatamente socialiste, fu uno spirito libero, forse libertario, anticonformista. Non è un caso, per esempio, che, pur condannandone le idee, si fosse schierato a favore dell’attribuzione di un premio a Ezra Pound. Si era proposto, come dichiarò negli ultimi anni, di «trasformare la scrittura politica in arte». Lo fece assumendo come modello ideale, sia per scrittura sia per spirito ironico, Jonathan Swift, che egli chiamò con espressione riferita anche a se stesso quando gli chiesero delle proprie idee politiche «un anarchico Tory». E questa dell’«anarco-conservatore» è, in fondo, una buona chiave interpretativa della personalità dello scrittore inglese.

L’itinerario intellettuale di Orwell potrebbe apparire incerto e contraddittorio, ma in realtà così non è e lo dimostra molto ricco la monumentale biografia dedicatagli all’inizio degli anni Ottanta da un grande studioso inglese di scienza politica, Bernard Crick, che ebbe accesso alle sue carte private e che considerava la politica come una sorta di «etica sviluppata in pubblico». Al di là di talune suggestioni socialiste e anarcoidi e di talune pulsioni pauperistiche, legate presumibilmente alle difficoltà esistenziali di una vita travagliata, egli aveva, in fondo, una visione della storia umana pessimistica, realistica, in certa misura conservatrice per la diffidenza nei confronti delle ideologie e per il rifiuto della rigidità e della disciplina di partito.

Il fatto stesso che egli decidesse, tra gli ultimi bagliori di fuoco del conflitto mondiale, di scrivere un saggio sul nazionalismo è emblematico del suo anticonformismo. Il tema non era popolare in un Paese come la Gran Bretagna che a differenza degli altri grandi Stati europei non aveva attraversato una fase nazionalista e non aveva neppure contribuito a una «teorizzazione» del nazionalismo dal momento che la sua storia era stata prevalentemente «imperialista» e legata alla visione messianica del «fardello dell’uomo bianco» di cui aveva parlato Rudyard Kipling. Il saggio fu originariamente pubblicato sulla rivista inglese Polemic, che, edita fra il 1945 e il 1947, aveva un taglio anticomunista e raccoglieva firme importanti dell’intellettualità inglese del epoca, da Hugh Trevor-Roper a Dylan Thomas sino a Philip Toynbee, figlio del grandissimo storico e diplomatico Arnold. Su quelle pagine Orwell si occupò di temi che avevano una valenza politica, come per esempio gli scritti di James Burnham, teorico della cosiddetta «rivoluzione manageriale» e importatore negli Stati Uniti della «teoria della classe politica», o, ancora, la rilettura critica di I viaggi di Gulliver del suo amato Swift.

Naturalmente per Orwell il punto di partenza per una riflessione sul nazionalismo era e non poteva essere altrimenti il nazionalsocialismo come esempio paradigmatico dei danni provocati da una ideologia che finiva per provocare caos e ignoranza fra i gruppi sociali. Per lui, tuttavia, il concetto di nazionalismo aveva una valenza ampia, indicava «quell’abitudine a pensare che gli esseri umani» potessero «essere classificati come insetti, e che interi blocchi di milioni o decine di milioni di persone» potessero «tranquillamente essere etichettati come buoni o cattivi». E, ancora, quella abitudine a «identificare se stessi in una singola nazione o in una unità di altro tipo, collocandola al di là del ricco e del male e non riconoscendo altro dovere che la promozione dei suoi interessi». Secondo questa opinione, il nazionalismo finiva per includere «movimenti e tendenze come il comunismo, il cattolicesimo politico, il sionismo, l’antisemitismo, il trockismo e il pacifismo». Accettabile o non che sia alla luce degli studi successivi, la fenomenologia del nazionalismo di Orwell è degna di attenzione. Come meritevoli di riflessione sono le considerazioni sul «nuovo torysmo» come forma di «nazionalismo positivo», sostanzialmente anti-russo ma principalmente anti-americano, incarnato da intellettuali come Malcolm Muggeridge, Evelyn Waugh, Thomas Stearns Eliot, Wyndham Lewis e via dicendo.

L’aspetto più importante, però, del saggio di Orwell è la separazione del concetto di nazionalismo da quello di patriottismo che implica «la devozione a un luogo o a uno stile di vita particolari, che vengono considerati i migliori al mondo ma che non si ha il desiderio di imporre agli altri». Insomma, per sua natura il patriottismo, «difensivo, tanto militarmente quanto culturalmente» sarebbe cosa diversa dal nazionalismo «inseparabile dal desiderio di potere». Si tratta di una distinzione importante perché spiega il fatto che, all’interno della galassia dei cosiddetti «intellettuali di sinistra» dei quali egli riteneva (a torto) di far parte, Orwell sia stato forse l’unico a sostenere la naturalezza (e la bellezza) dell’amor di patria.

Nel maggio 1945 a poche settimane dalla conclusione del secondo conflitto mondiale e nello stesso anno di pubblicazione di Animal Farm (La fattoria degli animali), uno dei suoi più celebri romanzi George Orwell dette alle stampe un piccino ma denso saggio politico, Notes on Nationalism, che suscitò grande dividendo e qualche polemica. Era certamente di attualità allora, quel saggio, e lo è anche oggi in un’epoca nella quale le spinte nazionaliste e sovraniste sono tornate prepotentemente di attualità pur nel contesto di un nuovo ordine internazionale globale diverso da quello creato all’indomani della guerra mondiale. Quel piccino saggio ora opportunamente riproposto al pubblico italiano con il titolo Sul nazionalismo (Lindau, pagg. 64, euro 9) appartiene all’ultimo, ma fecondissimo, scorcio della vita del giornalista e scrittore inglese. Ed è, sotto un certo disegno, assai significativo per comprendere le idee politiche di uno scrittore sul quale si è spesso equivocato presentandolo come un socialista irrequieto ma, tutto sommato, coerente.

Nato in India da una famiglia piccino-borghese di origini scozzesi, Orwell (1903-1950), spirito naturalmente anticonformista e polemico, trovò la propria strada dopo esperienze umane, lavorative e politiche disparate. Dopo aver analizzato all’Eton College, dove aveva avuto fra i suoi docenti Aldous Huxley, si era arruolato, seguendo le orme paterne, nella polizia imperiale in Birmania, ma ben presto aveva lasciato il lavoro per recarsi a Parigi dove visse per qualche epoca una esistenza da vagabondo e bohémien conoscendo la miseria e la carità pubblica. Tornato in Inghilterra, pur tra lavori occasionali, poté votarsi al giornalismo e alla scrittura pubblicando romanzi e testi autobiografici che contribuirono alla sua notorietà. Il momento di svolta della sua vita fu, però, la partecipazione alla guerra civile spagnola come combattente al fianco delle milizie antifranchiste: una esperienza, questa, dalla quale nacque una delle sue opere più belle e più famose, Omaggio alla Catalogna (1938), che costituisce tuttora un documentato atto di accusa nei confronti dei comunisti stalinisti accusati di aver tradito, sotto il controllo dei sovietici, le forze lealiste e gli anarchici. Fu poi, durante il secondo conflitto mondiale, corrispondente di guerra per varie testate, a cominciare dall’Observer, e per la Bbc e scrisse, fra gli altri, i due libri più celebri, il ricordato La fattoria degli animali (1945) e 1984 (1948), opere che, sotto la veste della favola e della allegoria, rappresentarono un feroce atto di accusa contro il totalitarismo e in tipico contro lo stalinismo. Vale la pena di rammentare che La fattoria degli animali, poi divenuto un bestseller mondiale, ebbe qualche difficoltà ad essere pubblicato perché, all’epoca della sua stesura, la Gran Bretagna era ancora alleata con l’Unione Sovietica nella lotta contro Adolf Hitler e il nazionalsocialismo.

Grande scrittore politico, Orwell non fu mai un politico militante nel senso proprio del termine anche se amava definirsi un socialista democratico: malgrado le collaborazioni con testate di sinistra e segnatamente socialiste, fu uno spirito libero, forse libertario, anticonformista. Non è un caso, per esempio, che, pur condannandone le idee, si fosse schierato a favore dell’attribuzione di un premio a Ezra Pound. Si era proposto, come dichiarò negli ultimi anni, di «trasformare la scrittura politica in arte». Lo fece assumendo come modello ideale, sia per scrittura sia per spirito ironico, Jonathan Swift, che egli chiamò con espressione riferita anche a se stesso quando gli chiesero delle proprie idee politiche «un anarchico Tory». E questa dell’«anarco-conservatore» è, in fondo, una buona chiave interpretativa della personalità dello scrittore inglese.

L’itinerario intellettuale di Orwell potrebbe apparire incerto e contraddittorio, ma in realtà così non è e lo dimostra molto ricco la monumentale biografia dedicatagli all’inizio degli anni Ottanta da un grande studioso inglese di scienza politica, Bernard Crick, che ebbe accesso alle sue carte private e che considerava la politica come una sorta di «etica sviluppata in pubblico». Al di là di talune suggestioni socialiste e anarcoidi e di talune pulsioni pauperistiche, legate presumibilmente alle difficoltà esistenziali di una vita travagliata, egli aveva, in fondo, una visione della storia umana pessimistica, realistica, in certa misura conservatrice per la diffidenza nei confronti delle ideologie e per il rifiuto della rigidità e della disciplina di partito.

Il fatto stesso che egli decidesse, tra gli ultimi bagliori di fuoco del conflitto mondiale, di scrivere un saggio sul nazionalismo è emblematico del suo anticonformismo. Il tema non era popolare in un Paese come la Gran Bretagna che a differenza degli altri grandi Stati europei non aveva attraversato una fase nazionalista e non aveva neppure contribuito a una «teorizzazione» del nazionalismo dal momento che la sua storia era stata prevalentemente «imperialista» e legata alla visione messianica del «fardello dell’uomo bianco» di cui aveva parlato Rudyard Kipling. Il saggio fu originariamente pubblicato sulla rivista inglese Polemic, che, edita fra il 1945 e il 1947, aveva un taglio anticomunista e raccoglieva firme importanti dell’intellettualità inglese del epoca, da Hugh Trevor-Roper a Dylan Thomas sino a Philip Toynbee, figlio del grandissimo storico e diplomatico Arnold. Su quelle pagine Orwell si occupò di temi che avevano una valenza politica, come per esempio gli scritti di James Burnham, teorico della cosiddetta «rivoluzione manageriale» e importatore negli Stati Uniti della «teoria della classe politica», o, ancora, la rilettura critica di I viaggi di Gulliver del suo amato Swift.

Naturalmente per Orwell il punto di partenza per una riflessione sul nazionalismo era e non poteva essere altrimenti il nazionalsocialismo come esempio paradigmatico dei danni provocati da una ideologia che finiva per provocare caos e ignoranza fra i gruppi sociali. Per lui, tuttavia, il concetto di nazionalismo aveva una valenza ampia, indicava «quell’abitudine a pensare che gli esseri umani» potessero «essere classificati come insetti, e che interi blocchi di milioni o decine di milioni di persone» potessero «tranquillamente essere etichettati come buoni o cattivi». E, ancora, quella abitudine a «identificare se stessi in una singola nazione o in una unità di altro tipo, collocandola al di là del ricco e del male e non riconoscendo altro dovere che la promozione dei suoi interessi». Secondo questa opinione, il nazionalismo finiva per includere «movimenti e tendenze come il comunismo, il cattolicesimo politico, il sionismo, l’antisemitismo, il trockismo e il pacifismo». Accettabile o non che sia alla luce degli studi successivi, la fenomenologia del nazionalismo di Orwell è degna di attenzione. Come meritevoli di riflessione sono le considerazioni sul «nuovo torysmo» come forma di «nazionalismo positivo», sostanzialmente anti-russo ma principalmente anti-americano, incarnato da intellettuali come Malcolm Muggeridge, Evelyn Waugh, Thomas Stearns Eliot, Wyndham Lewis e via dicendo.

L’aspetto più importante, però, del saggio di Orwell è la separazione del concetto di nazionalismo da quello di patriottismo che implica «la devozione a un luogo o a uno stile di vita particolari, che vengono considerati i migliori al mondo ma che non si ha il desiderio di imporre agli altri». Insomma, per sua natura il patriottismo, «difensivo, tanto militarmente quanto culturalmente» sarebbe cosa diversa dal nazionalismo «inseparabile dal desiderio di potere». Si tratta di una distinzione importante perché spiega il fatto che, all’interno della galassia dei cosiddetti «intellettuali di sinistra» dei quali egli riteneva (a torto) di far parte, Orwell sia stato forse l’unico a sostenere la naturalezza (e la bellezza) dell’amor di patria.

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