“Abbiamo lasciato tutto e ricominciato da zero”

Cielo azzurro, profumo di gelsomino e oleandri. Era iniziata così quella giornata di Tripoli. Col vocalizzo del gallo e del muezzin. «Non potrò mai cancellarlo, il 5 giugno 1967 è un’altra giornata della memoria» confessa Yoram Ortona. «Mio padre si era svegliato presto e si faceva la barba ascoltando la radio». Nella calma apparente di una mattinata normale, già dall’alba i notiziari trasmettevano notizie sempre più concitate sulla nuova crisi in Medio Oriente. La mobilitazione araba, eccitata dalla divulgazione anti-israeliana dal rais egiziano Nasser, stava arrivando al culmine.

«Doris, qui scoppia la guerra» disse il padre, Marcello, rivolto alla moglie. La Guerra dei Sei giorni. «Porta i bambini dalle suore. E tu fai colazione e vai subito a scuola». Yoram oggi ha 68 anni, vive a Milano, fa l’architetto e ha ridisegnato la casa della sua infanzia. Ora lì c’è un parcheggio, l’ha visto su Google. Nel 1967 andava in terza media alla Dante Alighieri, la scuola da cui il padre era stato cacciato con le leggi razziali. Prese la bicicletta e imboccò Sciara Mizran, ma pedalando forte, col cuore in gola. «Si sentiva che qualcosa sarebbe successo». «In poche ore il cielo azzurro era diventato grigio piombo». L’aria estiva si era caricata di fumo. La folla aveva incominciato a depredare case e negozi. Era iniziata la «caccia all’ebreo». Yoram corse dagli zii. La zia scosse il marito intento a recitare le preghiere in israelitico-tripolino e lo incitò a prendere i bambini scappando verso l’unica via di partenza precipitosa, il terrazzo: «Se gli arabi entrano, buttiamoci giù».

Era incominciato, così, il pogrom di Tripoli. Il pogrom dimenticato.

La famiglia di Yoram era divisa in quattro punti diversi della città. Solo a sera il padre riuscì a riunirla e la tenne nascosta per dieci giorni. «Un lockdown antisemita». Poi la partenza precipitosa con due valigie. «Fuggimmo come oggi i profughi ucraini», come migliaia di altre persone, scappate con pochi soldi e mai più tornate, lasciando tutto senza riavere niente. Con l’avvento di Gheddafi poi non rimase più nessuno. Neanche un ebreo. Neanche una sinagoga, distrussero anche i cimiteri.

La presenza giudaica in Libia e nel Maghreb, invece, era consistente e antichissima. Nel saggio «Ebrei di libia tra storia e memoria», il professore David Meghnagi pubblica l’immagine di resti archeologici ebraici di oltre 2000 anni fa, ritrovati in una caverna nei pressi di Giado. Nel 1911 – dati del censimento riportati dal professore – a Tripoli vivevano oltre 8.500 ebrei. Nel 1931 erano 15.279, un quarto circa della popolazione, e in tutta la Libia 25mila fra ebrei libici (24mila) o con altre cittadinanze (mille). Negli anni Trenta-Quaranta si contavano una trentina di sinagoghe, ma per molti la città arrivò a contarne 44. «Tripoli era molto bella, l’architettura della città moderna era interessante, come anche la parte antica del ghetto israelitico, la Hara. Era cosmopolita. Nel 1967 si dissolse e sfociò nel massacro. Due famiglie intere vennero gettate in una fossa comune fuori Tripoli».

Anche l’attuale presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi è nato in Libia, nel 1950: «Frequentavo la scuola italiana, che ci dava le aule di nascosto per studiare ebraismo – ha raccontato al rivista -.Quando lo hanno scoperto, lì ci hanno ammazzato di botte. Ho tredici ferite. Io non abbassavo la testa, ero già come mio padre, che era stato minacciato per questo, dagli islamisti. Aveva un’azienda e un giovedì sera, lui a un capotavola e mia madre all’altro, disse ai noi figli maggiori: Lunedì partiamo”. Mia madre ci raggiunse in Italia dopo 45 giorni coi piccoli. Abbiamo dovuto lasciare tutto, le nostre radici, le scuole, le sinagoghe, i nostri cimiteri».

Di famiglia ebraica tripolina era il cantautore Herbert Pagani, che di Yoram Ortona disegnò un ritratto a china nel 1960. Custode della memoria di un’intera comunità è Hamos Guetta, chef-narratore. E tripolino era David Zard, cugino di Yoram. Mick Jagger lo soprannominerà «lo Steve Jobs della musica». Nato nel 1943, da giovane grazie ai militari della base americana – ha raccontato a «Mosaico» – cominciò a conoscere la musica in voga negli Usa. Riuscì a farsi proporre i cantanti che si esibivano per i soldati, Fats Domino e i Platters, e li portò a cantare a Tripoli. Intraprendente e impulsivo, dovette abbandonare la Libia per una lite con un musulmano: «Al bar giocavo a dama con i vetturini arabi – ha raccontato -. Un giorno, però, uno di questi mi disse adesso arriva Nasser e quelli (gli israeliani, ndr), li sbatte tutti quanti a’ mare». Per tutta risposta gli fece un gestaccio e cadde in disgrazia. Dovette partire. Due giorni dopo scoppiò la Guerra.

Anche Marcello Ortona era nato a Tripoli. Espulso dal ginnasio nel ’38, aveva fatto ritorno l’anno dopo. Due anni dopo fu costretto a denunziare la sua attività professionale come «cittadino di razza ebraica». Nel ’42 era nel campo di concentramento di Sidi Azaz, poi in Cirenaica come «ingiunzione lavoratori ebrei». Solo a fine ’42, fra incredibili peripezie e mezzi di fortuna, riuscì a fare ritorno a Tripoli. Giornalista, sotto il mandato britannico nel ’43 fu assunto al «Corriere di Tripoli» da Renato Mieli. Il 1° novembre ’45 ne era divenuto direttore. Gioia durata poco, perché il 4 era scoppiato il primo pogrom anti israelitico: tre giorni di follia omicida.

La storia si stava ripetendo 22 anni dopo. «Il pogrom è due volte dimenticato – spiega David Meghnagi, professore di Psicologia della religione a Roma, nato a Tripoli – la vicenda è rimossa e le sue cause sono ignorate. Il ’67 fu solo causa scatenante, ma inserita in una dinamica di nuovo antisemitismo in cui gli ebrei erano da tempo rappresentati ed espulsi come un corpo estraneo». «Le violenze del ’45 – spiega – erano state ancor più feroci e inaspettate, con le truppe inglesi che intervennero solo al terzo giorno». assolutamente, ne furono vittime degli ex deportati. Tornati, trovarono ad attenderli «un sanguinoso pogrom che sconvolse definitivamente la vita ebraica in Libia». In seguito, «nulla fu più come prima». Meghnagi ricorda che negli anni Cinquanta anche una partita di pallacanestro poteva compromettere certi fragili equilibri. «Non finiva a sassate solo se vincevano gli arabi». La faglia dell’odio si stava allargando. Ma veniva da lontano. «Con la nascita dei nazionalismi e la decomposizione dell’impero ottomano – spiega il professore – erano entrati in funzione questi fenomeni che avevano colpito anche gli armeni, sterminati». Allo stesso modo cessarono di esistere le comunità ebraiche. «Là dove prima c’era l’umma islamica (la comunità dei fedeli) – scrive – subentrava ora la nazione araba, da cui gli ebrei erano esclusi». L’emancipazione ebraica era stata occhiata come una «colpa», era violazione di un ordine sociale in cui l’islam era dominante e l’ebreo subalterno. E tutto ciò, prima che si affermasse il sionismo.

È in questo schema che si inserì anche l’alleanza fra il Muftì e i nazisti. Se a El Alamein avesse prevalso l’Asse – sostiene il professore – «la distruzione avrebbe colpito anche l’Yshuv», anche gli ebrei che vivevano in Terra d’Israele. «Le camere a gas mobili utilizzate dai nazisti sul fronte orientale erano pronte ad Atene per essere utilizzate a Tel Aviv, come a Gerusalemme e a Damasco». «Le manifestazioni di intolleranza, violenza e ostilità manifesta – spiega Meghnagi – si sono susseguite con tonalità crescente in quasi ogni area del mondo arabo».

Nel 1967 la cacciata dai Paesi arabi coinvolse da 850mila a un milione di ebrei. Solo in Libia, 17 furono assassinati, altri feriti, o incarcerati, o depredati. Negozi distrutti, auto bruciate, case violate. Danni incalcolabili. Dopo 55 anni e non c’è stato nessun riconoscimento, nessun risarcimento delle devastazioni fisiche e materiali, morali e psicologiche. Le Nazioni Unite non hanno riconosciuto lo status di rifugiati a questo milione di persone. Nel 2014 il Parlamento d’Israele ha scelto la data del 30 novembre per ricordare l’esodo degli ebrei dai Paesi arabi e dall’Iran.

Cielo azzurro, profumo di gelsomino e oleandri. Era iniziata così quella giornata di Tripoli. Col vocalizzo del gallo e del muezzin. «Non potrò mai cancellarlo, il 5 giugno 1967 è un’altra giornata della memoria» confessa Yoram Ortona. «Mio padre si era svegliato presto e si faceva la barba ascoltando la radio». Nella calma apparente di una mattinata normale, già dall’alba i notiziari trasmettevano notizie sempre più concitate sulla nuova crisi in Medio Oriente. La mobilitazione araba, eccitata dalla divulgazione anti-israeliana dal rais egiziano Nasser, stava arrivando al culmine.

«Doris, qui scoppia la guerra» disse il padre, Marcello, rivolto alla moglie. La Guerra dei Sei giorni. «Porta i bambini dalle suore. E tu fai colazione e vai subito a scuola». Yoram oggi ha 68 anni, vive a Milano, fa l’architetto e ha ridisegnato la casa della sua infanzia. Ora lì c’è un parcheggio, l’ha visto su Google. Nel 1967 andava in terza media alla Dante Alighieri, la scuola da cui il padre era stato cacciato con le leggi razziali. Prese la bicicletta e imboccò Sciara Mizran, ma pedalando forte, col cuore in gola. «Si sentiva che qualcosa sarebbe successo». «In poche ore il cielo azzurro era diventato grigio piombo». L’aria estiva si era caricata di fumo. La folla aveva incominciato a depredare case e negozi. Era iniziata la «caccia all’ebreo». Yoram corse dagli zii. La zia scosse il marito intento a recitare le preghiere in israelitico-tripolino e lo incitò a prendere i bambini scappando verso l’unica via di partenza precipitosa, il terrazzo: «Se gli arabi entrano, buttiamoci giù».

Era incominciato, così, il pogrom di Tripoli. Il pogrom dimenticato.

La famiglia di Yoram era divisa in quattro punti diversi della città. Solo a sera il padre riuscì a riunirla e la tenne nascosta per dieci giorni. «Un lockdown antisemita». Poi la partenza precipitosa con due valigie. «Fuggimmo come oggi i profughi ucraini», come migliaia di altre persone, scappate con pochi soldi e mai più tornate, lasciando tutto senza riavere niente. Con l’avvento di Gheddafi poi non rimase più nessuno. Neanche un ebreo. Neanche una sinagoga, distrussero anche i cimiteri.

La presenza giudaica in Libia e nel Maghreb, invece, era consistente e antichissima. Nel saggio «Ebrei di libia tra storia e memoria», il professore David Meghnagi pubblica l’immagine di resti archeologici ebraici di oltre 2000 anni fa, ritrovati in una caverna nei pressi di Giado. Nel 1911 – dati del censimento riportati dal professore – a Tripoli vivevano oltre 8.500 ebrei. Nel 1931 erano 15.279, un quarto circa della popolazione, e in tutta la Libia 25mila fra ebrei libici (24mila) o con altre cittadinanze (mille). Negli anni Trenta-Quaranta si contavano una trentina di sinagoghe, ma per molti la città arrivò a contarne 44. «Tripoli era molto bella, l’architettura della città moderna era interessante, come anche la parte antica del ghetto israelitico, la Hara. Era cosmopolita. Nel 1967 si dissolse e sfociò nel massacro. Due famiglie intere vennero gettate in una fossa comune fuori Tripoli».

Anche l’attuale presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi è nato in Libia, nel 1950: «Frequentavo la scuola italiana, che ci dava le aule di nascosto per studiare ebraismo – ha raccontato al rivista -.Quando lo hanno scoperto, lì ci hanno ammazzato di botte. Ho tredici ferite. Io non abbassavo la testa, ero già come mio padre, che era stato minacciato per questo, dagli islamisti. Aveva un’azienda e un giovedì sera, lui a un capotavola e mia madre all’altro, disse ai noi figli maggiori: Lunedì partiamo”. Mia madre ci raggiunse in Italia dopo 45 giorni coi piccoli. Abbiamo dovuto lasciare tutto, le nostre radici, le scuole, le sinagoghe, i nostri cimiteri».

Di famiglia ebraica tripolina era il cantautore Herbert Pagani, che di Yoram Ortona disegnò un ritratto a china nel 1960. Custode della memoria di un’intera comunità è Hamos Guetta, chef-narratore. E tripolino era David Zard, cugino di Yoram. Mick Jagger lo soprannominerà «lo Steve Jobs della musica». Nato nel 1943, da giovane grazie ai militari della base americana – ha raccontato a «Mosaico» – cominciò a conoscere la musica in voga negli Usa. Riuscì a farsi proporre i cantanti che si esibivano per i soldati, Fats Domino e i Platters, e li portò a cantare a Tripoli. Intraprendente e impulsivo, dovette abbandonare la Libia per una lite con un musulmano: «Al bar giocavo a dama con i vetturini arabi – ha raccontato -. Un giorno, però, uno di questi mi disse adesso arriva Nasser e quelli (gli israeliani, ndr), li sbatte tutti quanti a’ mare». Per tutta risposta gli fece un gestaccio e cadde in disgrazia. Dovette partire. Due giorni dopo scoppiò la Guerra.

Anche Marcello Ortona era nato a Tripoli. Espulso dal ginnasio nel ’38, aveva fatto ritorno l’anno dopo. Due anni dopo fu costretto a denunziare la sua attività professionale come «cittadino di razza ebraica». Nel ’42 era nel campo di concentramento di Sidi Azaz, poi in Cirenaica come «ingiunzione lavoratori ebrei». Solo a fine ’42, fra incredibili peripezie e mezzi di fortuna, riuscì a fare ritorno a Tripoli. Giornalista, sotto il mandato britannico nel ’43 fu assunto al «Corriere di Tripoli» da Renato Mieli. Il 1° novembre ’45 ne era divenuto direttore. Gioia durata poco, perché il 4 era scoppiato il primo pogrom anti israelitico: tre giorni di follia omicida.

La storia si stava ripetendo 22 anni dopo. «Il pogrom è due volte dimenticato – spiega David Meghnagi, professore di Psicologia della religione a Roma, nato a Tripoli – la vicenda è rimossa e le sue cause sono ignorate. Il ’67 fu solo causa scatenante, ma inserita in una dinamica di nuovo antisemitismo in cui gli ebrei erano da tempo rappresentati ed espulsi come un corpo estraneo». «Le violenze del ’45 – spiega – erano state ancor più feroci e inaspettate, con le truppe inglesi che intervennero solo al terzo giorno». assolutamente, ne furono vittime degli ex deportati. Tornati, trovarono ad attenderli «un sanguinoso pogrom che sconvolse definitivamente la vita ebraica in Libia». In seguito, «nulla fu più come prima». Meghnagi ricorda che negli anni Cinquanta anche una partita di pallacanestro poteva compromettere certi fragili equilibri. «Non finiva a sassate solo se vincevano gli arabi». La faglia dell’odio si stava allargando. Ma veniva da lontano. «Con la nascita dei nazionalismi e la decomposizione dell’impero ottomano – spiega il professore – erano entrati in funzione questi fenomeni che avevano colpito anche gli armeni, sterminati». Allo stesso modo cessarono di esistere le comunità ebraiche. «Là dove prima c’era l’umma islamica (la comunità dei fedeli) – scrive – subentrava ora la nazione araba, da cui gli ebrei erano esclusi». L’emancipazione ebraica era stata occhiata come una «colpa», era violazione di un ordine sociale in cui l’islam era dominante e l’ebreo subalterno. E tutto ciò, prima che si affermasse il sionismo.

È in questo schema che si inserì anche l’alleanza fra il Muftì e i nazisti. Se a El Alamein avesse prevalso l’Asse – sostiene il professore – «la distruzione avrebbe colpito anche l’Yshuv», anche gli ebrei che vivevano in Terra d’Israele. «Le camere a gas mobili utilizzate dai nazisti sul fronte orientale erano pronte ad Atene per essere utilizzate a Tel Aviv, come a Gerusalemme e a Damasco». «Le manifestazioni di intolleranza, violenza e ostilità manifesta – spiega Meghnagi – si sono susseguite con tonalità crescente in quasi ogni area del mondo arabo».

Nel 1967 la cacciata dai Paesi arabi coinvolse da 850mila a un milione di ebrei. Solo in Libia, 17 furono assassinati, altri feriti, o incarcerati, o depredati. Negozi distrutti, auto bruciate, case violate. Danni incalcolabili. Dopo 55 anni e non c’è stato nessun riconoscimento, nessun risarcimento delle devastazioni fisiche e materiali, morali e psicologiche. Le Nazioni Unite non hanno riconosciuto lo status di rifugiati a questo milione di persone. Nel 2014 il Parlamento d’Israele ha scelto la data del 30 novembre per ricordare l’esodo degli ebrei dai Paesi arabi e dall’Iran.

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