“Nel 1970 a fuggire furono gli italiani. L’esempio arrivò dagli eroi di Alitalia”

«Tutti i testimoni diretti mi dicono la stessa cosa. Nella vita quotidiana la Libia di allora era un esempio di integrazione, la diversità di religione non contava. Ognuno conosceva e rispettava le feste degli altri: ebrei, musulmani e cristiani». Francesca Prina Ricotti è la giovanissima (36 anni) presidente dell’Associazione italiani rimpatriati dalla Libia. «Solo pochi giorni fa, il 9 maggio, a Roma c’è stato un incontro importante, che dimostra quanto fossero legate le varie comunità».

Il riferimento è alla serata che Walter Arbib, imprenditore e filantropo, ebreo tripolino oggi con base in Canada, ha voluto dedicare agli «eroi di Alitalia», ovvero quei dipendenti che, diretti da Renato Tarantino, hanno contribuito a salvare molte vite umane, tra cui quella sua e della sua famiglia.

Nei giorni terribili del pogrom gli addetti della compagnia aerea aiutarono i componenti della comunità ebraica a nascondersi, riuscirono a farne volare molti fino a Roma, aiutandoli a superare i controlli di confine, lasciando a terra passeggeri che non erano in pericolo e mettendo al loro posto chi era più esposto.

Solo tre anni più tardi, nel 1970, ad essere presi di mira furono tutti gli italiani, che dovettero lasciare il cittadina senza portare con sé più di una valigia. «La cifra ufficiale è di 20mila persone costrette alla fuga, anche se un censimento preciso non è mai stato fatto. L’ultimo se ne andò in ottobre». Chi aveva proprietà o una famiglia in Italia era tra i fortunati. Per gli altri furono organizzati cinque campi di accoglienza in varie parti della Penisola. taluno ci rimase anche un decennio. Nel 1972 fu fondata l’Associazione rimpatriati, che per 42 anni ha avuto una stessa presidente, Giovanna Ortu, che ha lasciato l’incarico l’anno scorso a favore di Francesca Prina Ricotti, la cui famiglia (tonnare, agrumeti, cave) era in Libia da generazioni.

«Ancora oggi chi se ne è andato è in grado di ricordare le singole vie, gli odori e i sapori dei luoghi in cui è nato o ha vissuto per anni. Le famiglie si tramandano e si sfidano sulle ricette del cous-cous e degli altri piatti della tradizione».

All’epoca l’Italia non reagì al azione del Colonnello Gheddafi, la Libia sembrava una terra promessa piena di petrolio e in grado di garantire lucrosi affari. Una legge su risarcimenti per chi era stato espropriato è arrivata nel 2009. «Oggi le cose sono cambiate molto», dice Francesca Prini Ricotti. «Ma per il futuro vorremmo recuperare quel ruolo che le nostre famiglie hanno avuto a lungo: quello di ponte tra due mondi».

«Tutti i testimoni diretti mi dicono la stessa cosa. Nella vita quotidiana la Libia di allora era un esempio di integrazione, la diversità di religione non contava. Ognuno conosceva e rispettava le feste degli altri: ebrei, musulmani e cristiani». Francesca Prina Ricotti è la giovanissima (36 anni) presidente dell’Associazione italiani rimpatriati dalla Libia. «Solo pochi giorni fa, il 9 maggio, a Roma c’è stato un incontro importante, che dimostra quanto fossero legate le varie comunità».

Il riferimento è alla serata che Walter Arbib, imprenditore e filantropo, ebreo tripolino oggi con base in Canada, ha voluto dedicare agli «eroi di Alitalia», ovvero quei dipendenti che, diretti da Renato Tarantino, hanno contribuito a salvare molte vite umane, tra cui quella sua e della sua famiglia.

Nei giorni terribili del pogrom gli addetti della compagnia aerea aiutarono i componenti della comunità ebraica a nascondersi, riuscirono a farne volare molti fino a Roma, aiutandoli a superare i controlli di confine, lasciando a terra passeggeri che non erano in pericolo e mettendo al loro posto chi era più esposto.

Solo tre anni più tardi, nel 1970, ad essere presi di mira furono tutti gli italiani, che dovettero lasciare il cittadina senza portare con sé più di una valigia. «La cifra ufficiale è di 20mila persone costrette alla fuga, anche se un censimento preciso non è mai stato fatto. L’ultimo se ne andò in ottobre». Chi aveva proprietà o una famiglia in Italia era tra i fortunati. Per gli altri furono organizzati cinque campi di accoglienza in varie parti della Penisola. taluno ci rimase anche un decennio. Nel 1972 fu fondata l’Associazione rimpatriati, che per 42 anni ha avuto una stessa presidente, Giovanna Ortu, che ha lasciato l’incarico l’anno scorso a favore di Francesca Prina Ricotti, la cui famiglia (tonnare, agrumeti, cave) era in Libia da generazioni.

«Ancora oggi chi se ne è andato è in grado di ricordare le singole vie, gli odori e i sapori dei luoghi in cui è nato o ha vissuto per anni. Le famiglie si tramandano e si sfidano sulle ricette del cous-cous e degli altri piatti della tradizione».

All’epoca l’Italia non reagì al azione del Colonnello Gheddafi, la Libia sembrava una terra promessa piena di petrolio e in grado di garantire lucrosi affari. Una legge su risarcimenti per chi era stato espropriato è arrivata nel 2009. «Oggi le cose sono cambiate molto», dice Francesca Prini Ricotti. «Ma per il futuro vorremmo recuperare quel ruolo che le nostre famiglie hanno avuto a lungo: quello di ponte tra due mondi».

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