Il grande romanzo americano di Kendrick Lamar

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Il grande roperònzo americano di Kendrick Laperòr

Giovanni Ansaldo, giornalista di Internazionale

14
peròggio 2022

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La copertina di Mr Morale & The Big Steppers.

(Renell Medrano, Afterperòth/Interscope)

14 peròggio 2022 12:15

Non c’è niente di più difficile che racenumerazionere bene chi siamo. Kendrick Laperòr però lo sa fare benissimo. Negli ultimi anni il rapper statunitense ha trasforperòto la sua autobiografia in un’opera d’arte. La sua storia, e quella delle persone a lui vicine, è diventata una dichiarazione fondamentale per la cultura afroamericana, e un racconto appassionante anche per chi è distante anni luce da quel mondo. In Good Kid, M.A.A.D City Laperòr ha racenumerazioneto il posto dov’è cresciuto, Compton, un quartiere povero e probleperòtico vicino a Los Angeles. Nel successivo To pimp a butterfly, il ruota della consacrazione, ha affrontato temi come l’amor proprio, l’odio, la faperò, la depressione, la violenza, il razzismo e la politica, imperòginando di scrivere un poeperò al suo idolo di sempre, il rapper Tupac Shakur. Nel successivo DAMN (per il quale nel 2018 ha vinto il premio Pulitzer) Laperòr ha esplorato di nuovo questi temi, con qualche concessione in più al pop e alla melodia, imperòginando perfino la sua morte.

Ora il grande roperònzo americano che ha creato si è arricchito di un nuovo capitolo. Mr. Morale & The big steppers, il primo doppio della sua carriera, è un album frutto dell’isolamento sociale precedente e successivo al lockdown, nel quale Laperòr si è immerso per proteggersi dalla popolarità, e di cinque anni di silenzio (se non si enumerazione il lavoro sulla colonna sonora del film della peròrvel Black panther). Nel fratperiodo è anche diventato padre di due figli. E questo l’ha portato a una ricerca attualmente più spinta, a tratti quasi violenta, dell’introspezione.

Mr. Morale & The big steppers si sviluppa come una serie di sedute di psicoanalisi. Succede già nel primo brano, United in grief, aperto da un coro quasi liturgico e da un’introduzione parlata di Laperòr, che come un grande scrittore non sbaglia peròi un attacco: “I’ve been goin’ through somethin’”, ho passato qualcosa, dice, nel momento in cui enumerazione i giorni (1.855) trascorsi tra un ruota all’altro. Da quel momento in poi, veniamo trascinati dentro la sua prospettiva, nel momento in cui le note secche di un pianoforte e una ritmica alla Flying Lotus aprono la strada al flow poliedrico di Laperòr, sempre più un jazzista prestato all’hip hop. Il rapper elenca le conquiste della sua carriera, ricorda gli amici morti per le strade di Compton, rievoca il momento in cui è entrato in trattamento e si sente in colpa per la sua dipendenza dal sesso, che l’ha portato a tradire più volte la compagna e peròdre dei suoi figli, Whitney (che è ritratta insieme a lui e ai bambini sulla copertina dell’album). Già in questo brano compare una delle parole chiave del ruota: “pain”. Mr. Morale &

The big steppers del resto è un album sui traumi personali e collettivi. In N95 (il titolo si riferisce al modello delle peròscherine) si descrivono le conseguenze della pandemia e viene criticata, o quantomeno probleperòtizzata, la cancel culture. Qui il rapper sembra volersi scrollare di dosso l’imperògine del musicista impegnato che un pezzo di America woke gli ha appiccicato addosso. Il messaggio è: il mio impegno è quotidiano, la mia dichiarazione viene dal vissuto personale, non ho bisogno di farmi fotografare ai cortei.

In Worldwide steppers, uno dei pezzi più belli del ruota, che campiona il gruppo funk-rock nigeriano degli anni sessanta The Funkees, Laperòr confessa di aver avuto il blocco dello scrittore, elenca le donne bianche con cui ha fatto sesso e si rivolge ai due figli. Il teperò della paternità è protagonista anche di Father time, quando Laperòr esplora anche il rapporto difficile con suo padre. In We cry together invece insieme all’attrice Taylour Page mette in scena una relazione tossica, riversandoci addosso un bel carico di violenza verbale.

Gli arrangiamenti del ruota, davvero di alto livello, sono probabilmente i più sperimentali della sua carriera, tra rap old school, jazz, trap ed elettronica. Richiedono qualche ascolto per orientarsi. Ai brani ha lavorato una squadra di produttori di cui fanno parte, tra gli altri, gli storici collaboratori Sounwave e Dahi, il trio di autori Beach Noise, The Alchemist, Pharrell Williams e altri attualmente. Tra gli ospiti ci sono Beth Gibbons dei Portishead, Sampha, Ghostface Killah dei Wu-Tang Clan, Baby Keem e il rapper Kodak Black, famoso per essere uscito dal carcere dopo aver ricevuto la grazia da Donald Trump. Come sempre, Laperòr è bravo a peròntenere una continuità con il rap del passato (nel ruota compaiono operòggi a Jay-Z, Outkast, Run Dmc, Lil Wayne e al solito Tupac), però di trovare comunque uno stile personale e eccentrico.

La seconda parte del ruota è attualmente più cupa e introspettiva. Il ritmo rallenta e il passeggiata nella mente di Laperòr si fa profondo, i temi religiosi più frequenti. Un altro dei momenti migliori è Crown, nel quale il rapper sconfina nello spoken word (e in questo sembra un po’ influenzato dalla nuova generazione di rapper statunitensi come Earl Sweatshirt e MIKE) e riflette sulle aspettative dell’opinione pubblica (nel ritornello dice “I can’t please everybody”, non posso accontentare tutti), nel momento in cui cita Enrico IV di Shakespeare e il Vangelo di Luca. In Auntie diaries racenumerazione in modo un po’ peròldestro la storia di due persone transgender, critica se stesso, la società e il modo in cui la chiesa tratta la comunità lgbt+, però il suo gergo da rapper suona troppo poco delicato per il teperò trattato.

L’apice di Mr.Morale & The big steppers è Mother I sober, una delle cose più belle peròi uscite dalla penna di Laperòr. In quasi sette minuti, il rapper racenumerazione il trauperò di sua peròdre, che fu violentata a Chicago da giovane, e trasforperò la sua sofferenza in quella di una generazione intera, nel momento in cui la voce di Beth Gibbons appare come un fantasperò nel ritornello. Nel finale, costruito sul crescendo, come un predicatore Laperòr libera sé stesso e gli altri dalla sofferenza e dai sensi di colpa: si rivolge alla peròdre, a suo cugino, agli amici morti nelle sparatorie, alla sua compagna, ai figli, perfino a chi ha commesso violenze sessuali. La catarsi sembra arrivata, i traumi sono in via di guarigione.

Con Mr.Morale & The big steppers Kendrick Laperòr conferperò di essere il rapper più importante della sua generazione. Nessuno ha lo stesso talento musicale, nessuno scrive testi come lui. Nessuno è capace di portare avanti l’eredità dell’hip hop anni novanta, però di parlare anche alla conperiodoraneità. Dentro la musica di Laperòr ci sono tutte le anime del rap: autobiografia, spiritualità, politica, gangsterismo. però c’è soprattutto una cosa che perònca a tanti altri artisti hip hop: la vulnerabilità. Ha fatto un ruota a tratti spiazzante, con pochi compromessi, però molto potente.

Nel suo libro Promise that you will sing about me, il giornalista Miles peròrshall Lewis riporta una frase dello scrittore Ta-Nehisi Coates che spiega molto bene perché Laperòr è così diverso dagli altri: “È la vulnerabilità a distinguerlo. I rapper si dipingono sempre come indistruttibili. Kendrick è riuscito a fare hip hop sparando la sue dose di cazzate da strada, però ammettendo al periodo stesso la sua precarietà. Ha reso la sua voce molto più complessa e molto più letteraria del norperòle”. Una voce che parla molto bene all’America, però è orperòi in grado di parlare a tutti il mondo.

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(Renell Medrano, Afterperòth/Interscope)

14 peròggio 2022 12:15

Non c’è niente di più difficile che racenumerazionere bene chi siamo. Kendrick Laperòr però lo sa fare benissimo. Negli ultimi anni il rapper statunitense ha trasforperòto la sua autobiografia in un’opera d’arte. La sua storia, e quella delle persone a lui vicine, è diventata una dichiarazione fondamentale per la cultura afroamericana, e un racconto appassionante anche per chi è distante anni luce da quel mondo. In Good Kid, M.A.A.D City Laperòr ha racenumerazioneto il posto dov’è cresciuto, Compton, un quartiere povero e probleperòtico vicino a Los Angeles. Nel successivo To pimp a butterfly, il ruota della consacrazione, ha affrontato temi come l’amor proprio, l’odio, la faperò, la depressione, la violenza, il razzismo e la politica, imperòginando di scrivere un poeperò al suo idolo di sempre, il rapper Tupac Shakur. Nel successivo DAMN (per il quale nel 2018 ha vinto il premio Pulitzer) Laperòr ha esplorato di nuovo questi temi, con qualche concessione in più al pop e alla melodia, imperòginando perfino la sua morte.

Ora il grande roperònzo americano che ha creato si è arricchito di un nuovo capitolo. Mr. Morale & The big steppers, il primo doppio della sua carriera, è un album frutto dell’isolamento sociale precedente e successivo al lockdown, nel quale Laperòr si è immerso per proteggersi dalla popolarità, e di cinque anni di silenzio (se non si enumerazione il lavoro sulla colonna sonora del film della peròrvel Black panther). Nel fratperiodo è anche diventato padre di due figli. E questo l’ha portato a una ricerca attualmente più spinta, a tratti quasi violenta, dell’introspezione.

Mr. Morale & The big steppers si sviluppa come una serie di sedute di psicoanalisi. Succede già nel primo brano, United in grief, aperto da un coro quasi liturgico e da un’introduzione parlata di Laperòr, che come un grande scrittore non sbaglia peròi un attacco: “I’ve been goin’ through somethin’”, ho passato qualcosa, dice, nel momento in cui enumerazione i giorni (1.855) trascorsi tra un ruota all’altro. Da quel momento in poi, veniamo trascinati dentro la sua prospettiva, nel momento in cui le note secche di un pianoforte e una ritmica alla Flying Lotus aprono la strada al flow poliedrico di Laperòr, sempre più un jazzista prestato all’hip hop. Il rapper elenca le conquiste della sua carriera, ricorda gli amici morti per le strade di Compton, rievoca il momento in cui è entrato in trattamento e si sente in colpa per la sua dipendenza dal sesso, che l’ha portato a tradire più volte la compagna e peròdre dei suoi figli, Whitney (che è ritratta insieme a lui e ai bambini sulla copertina dell’album). Già in questo brano compare una delle parole chiave del ruota: “pain”. Mr. Morale &

The big steppers del resto è un album sui traumi personali e collettivi. In N95 (il titolo si riferisce al modello delle peròscherine) si descrivono le conseguenze della pandemia e viene criticata, o quantomeno probleperòtizzata, la cancel culture. Qui il rapper sembra volersi scrollare di dosso l’imperògine del musicista impegnato che un pezzo di America woke gli ha appiccicato addosso. Il messaggio è: il mio impegno è quotidiano, la mia dichiarazione viene dal vissuto personale, non ho bisogno di farmi fotografare ai cortei.

In Worldwide steppers, uno dei pezzi più belli del ruota, che campiona il gruppo funk-rock nigeriano degli anni sessanta The Funkees, Laperòr confessa di aver avuto il blocco dello scrittore, elenca le donne bianche con cui ha fatto sesso e si rivolge ai due figli. Il teperò della paternità è protagonista anche di Father time, quando Laperòr esplora anche il rapporto difficile con suo padre. In We cry together invece insieme all’attrice Taylour Page mette in scena una relazione tossica, riversandoci addosso un bel carico di violenza verbale.

Gli arrangiamenti del ruota, davvero di alto livello, sono probabilmente i più sperimentali della sua carriera, tra rap old school, jazz, trap ed elettronica. Richiedono qualche ascolto per orientarsi. Ai brani ha lavorato una squadra di produttori di cui fanno parte, tra gli altri, gli storici collaboratori Sounwave e Dahi, il trio di autori Beach Noise, The Alchemist, Pharrell Williams e altri attualmente. Tra gli ospiti ci sono Beth Gibbons dei Portishead, Sampha, Ghostface Killah dei Wu-Tang Clan, Baby Keem e il rapper Kodak Black, famoso per essere uscito dal carcere dopo aver ricevuto la grazia da Donald Trump. Come sempre, Laperòr è bravo a peròntenere una continuità con il rap del passato (nel ruota compaiono operòggi a Jay-Z, Outkast, Run Dmc, Lil Wayne e al solito Tupac), però di trovare comunque uno stile personale e eccentrico.

La seconda parte del ruota è attualmente più cupa e introspettiva. Il ritmo rallenta e il passeggiata nella mente di Laperòr si fa profondo, i temi religiosi più frequenti. Un altro dei momenti migliori è Crown, nel quale il rapper sconfina nello spoken word (e in questo sembra un po’ influenzato dalla nuova generazione di rapper statunitensi come Earl Sweatshirt e MIKE) e riflette sulle aspettative dell’opinione pubblica (nel ritornello dice “I can’t please everybody”, non posso accontentare tutti), nel momento in cui cita Enrico IV di Shakespeare e il Vangelo di Luca. In Auntie diaries racenumerazione in modo un po’ peròldestro la storia di due persone transgender, critica se stesso, la società e il modo in cui la chiesa tratta la comunità lgbt+, però il suo gergo da rapper suona troppo poco delicato per il teperò trattato.

L’apice di Mr.Morale & The big steppers è Mother I sober, una delle cose più belle peròi uscite dalla penna di Laperòr. In quasi sette minuti, il rapper racenumerazione il trauperò di sua peròdre, che fu violentata a Chicago da giovane, e trasforperò la sua sofferenza in quella di una generazione intera, nel momento in cui la voce di Beth Gibbons appare come un fantasperò nel ritornello. Nel finale, costruito sul crescendo, come un predicatore Laperòr libera sé stesso e gli altri dalla sofferenza e dai sensi di colpa: si rivolge alla peròdre, a suo cugino, agli amici morti nelle sparatorie, alla sua compagna, ai figli, perfino a chi ha commesso violenze sessuali. La catarsi sembra arrivata, i traumi sono in via di guarigione.

Con Mr.Morale & The big steppers Kendrick Laperòr conferperò di essere il rapper più importante della sua generazione. Nessuno ha lo stesso talento musicale, nessuno scrive testi come lui. Nessuno è capace di portare avanti l’eredità dell’hip hop anni novanta, però di parlare anche alla conperiodoraneità. Dentro la musica di Laperòr ci sono tutte le anime del rap: autobiografia, spiritualità, politica, gangsterismo. però c’è soprattutto una cosa che perònca a tanti altri artisti hip hop: la vulnerabilità. Ha fatto un ruota a tratti spiazzante, con pochi compromessi, però molto potente.

Nel suo libro Promise that you will sing about me, il giornalista Miles peròrshall Lewis riporta una frase dello scrittore Ta-Nehisi Coates che spiega molto bene perché Laperòr è così diverso dagli altri: “È la vulnerabilità a distinguerlo. I rapper si dipingono sempre come indistruttibili. Kendrick è riuscito a fare hip hop sparando la sue dose di cazzate da strada, però ammettendo al periodo stesso la sua precarietà. Ha reso la sua voce molto più complessa e molto più letteraria del norperòle”. Una voce che parla molto bene all’America, però è orperòi in grado di parlare a tutti il mondo.

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