L’infantile “lolita” di Thomas Mann

Dagli abbozzo di Thomas Mann emerge che la novella Disordine e dolore precoce fu concepita come «storia infantile» nel 1912. Solo nel 1925, quando gli venne richiesto un inedito dal suo editore berlinese Samuel Fischer, l’autore vi rimise mano e l’elegante volumetto edito un anno dopo presentava copertina e risguardi realizzati da Karl Walser, il decoratore svizzero frate di Robert. Tradotta e pubblicata nello stesso anno anche in Italia grazie a Lavinia Mazzucchetti, la novella viene ora riproposta in tiratura limitata da Edizioni Henry Beyle con la cura e la traduzione affidate a Renata Colorni (pagg. 192, euro 36).

Per scriverla, Mann non solo si è rifatto al schema storico tedesco della prima metà degli anni Venti, caratterizzato dalla grave inflazione postbellica, ma anche e soprattutto ha usato membri della sua famiglia, persone al suo servizio e personaggi della sua cerchia per caratterizzare i protagonisti e i comprimari della storia. Cornelius, il protagonista, è professore di storia moderna e vive con la moglie, i figli adolescenti Bert e Ingrid, i due più piccoli Beisser e Eleonore (Lorchen) e diversi domestici, compresa una bambinaia, in una villa alla periferia di Monaco. La vita «è quella del ceto medio benestante dei tempi passati, non più come si converrebbe però, bensì nell’indigenza e difficoltà, con gli abiti consunti e rivoltati», tanto che i figli vengono definiti «proletari in villa». La relazione sempre problematica tra il presente, «epoca desolata e confusa», e il passato è un tema costante nelle opere narrative manniane, e anche qua. La «qualità precipua» di Cornelius è «il suo essere professore di storia» e come tale non ama «gli eventi storici in quanto accadono, ma in quanto sono accaduti», e detesta «i sommovimenti del presente», trovandoli «illegali, incoerenti e sfacciati, in una parola: antistorici». Un senso del passato che «è fonte di ogni religiosità e di ogni senso di conservazione». Bert e Ingrid sono caratterizzati da una certa eccentricità giocosa. Eludono l’obbligatorio razionamento alimentare, facendo più volte la fila nei negozi sotto mentite spoglie. Insomma, «hanno una speciale propensione a imbrogliare e abbindolare il prossimo».

I due piccoli, invece, crescono viziati e protetti, giocano con i genitori, con i versi in rima della tata Anna e con le prese in giro del domestico Xaver Kleinsgütl. Beisser, il prediletto della mamma, è «un bambino dal sistema nervoso assai instabile ed eccitabile», dalla «complicata mascolinità» e spesso è «preda di attacchi d’ira e incontenibili esplosioni di rabbia». Lorchen è la preferita del genitore (che chiama «Abel»), il cui affetto lei ricambia. Un genitore che «è tanto suo quanto lei è sua giacché la bimba percepisce l’intima tenerezza del genitore». Più di quanto non sottolinei Colorni nella sua postfazione, attenta a rimarcare «una ambigua attrazione omoerotica» del professore nei confronti dello studente d’ingegneria Max Hergesell, il centro intorno al quale ruota l’intera novella è il rapporto tra Cornelius e Lorchen. Intere pagine sono dedicate a descrivere ciò che il genitore prova per la figlia, lasciando intendere come in quella relazione vi sia qualcosa che va oltre la parzialità affettiva. Lettore molto interessato agli scritti di Freud, Mann non esita a definire quello del genitore verso la figlia un «amore, non del tutto equanime né, in radice, del tutto irreprensibile». Tanto che Cornelius è «dolorosamente turbato» al termine della scena in cui viene «respinto» dalla figlia che a una festa si era sentita attratta da Hergesell: il genitore «prova ad acchiappare la piccina per attirarla a sé. Ma Lorchen gli sfugge, si divincola con forza, come se qualcuno la stesse torturando. Di Abel in quel momento non vuol sapere nulla. Non lo conosce fa di tutto, nervosa e infastidita, per liberarsi di lui».

Dagli abbozzo di Thomas Mann emerge che la novella Disordine e dolore precoce fu concepita come «storia infantile» nel 1912. Solo nel 1925, quando gli venne richiesto un inedito dal suo editore berlinese Samuel Fischer, l’autore vi rimise mano e l’elegante volumetto edito un anno dopo presentava copertina e risguardi realizzati da Karl Walser, il decoratore svizzero frate di Robert. Tradotta e pubblicata nello stesso anno anche in Italia grazie a Lavinia Mazzucchetti, la novella viene ora riproposta in tiratura limitata da Edizioni Henry Beyle con la cura e la traduzione affidate a Renata Colorni (pagg. 192, euro 36).

Per scriverla, Mann non solo si è rifatto al schema storico tedesco della prima metà degli anni Venti, caratterizzato dalla grave inflazione postbellica, ma anche e soprattutto ha usato membri della sua famiglia, persone al suo servizio e personaggi della sua cerchia per caratterizzare i protagonisti e i comprimari della storia. Cornelius, il protagonista, è professore di storia moderna e vive con la moglie, i figli adolescenti Bert e Ingrid, i due più piccoli Beisser e Eleonore (Lorchen) e diversi domestici, compresa una bambinaia, in una villa alla periferia di Monaco. La vita «è quella del ceto medio benestante dei tempi passati, non più come si converrebbe però, bensì nell’indigenza e difficoltà, con gli abiti consunti e rivoltati», tanto che i figli vengono definiti «proletari in villa». La relazione sempre problematica tra il presente, «epoca desolata e confusa», e il passato è un tema costante nelle opere narrative manniane, e anche qua. La «qualità precipua» di Cornelius è «il suo essere professore di storia» e come tale non ama «gli eventi storici in quanto accadono, ma in quanto sono accaduti», e detesta «i sommovimenti del presente», trovandoli «illegali, incoerenti e sfacciati, in una parola: antistorici». Un senso del passato che «è fonte di ogni religiosità e di ogni senso di conservazione». Bert e Ingrid sono caratterizzati da una certa eccentricità giocosa. Eludono l’obbligatorio razionamento alimentare, facendo più volte la fila nei negozi sotto mentite spoglie. Insomma, «hanno una speciale propensione a imbrogliare e abbindolare il prossimo».

I due piccoli, invece, crescono viziati e protetti, giocano con i genitori, con i versi in rima della tata Anna e con le prese in giro del domestico Xaver Kleinsgütl. Beisser, il prediletto della mamma, è «un bambino dal sistema nervoso assai instabile ed eccitabile», dalla «complicata mascolinità» e spesso è «preda di attacchi d’ira e incontenibili esplosioni di rabbia». Lorchen è la preferita del genitore (che chiama «Abel»), il cui affetto lei ricambia. Un genitore che «è tanto suo quanto lei è sua giacché la bimba percepisce l’intima tenerezza del genitore». Più di quanto non sottolinei Colorni nella sua postfazione, attenta a rimarcare «una ambigua attrazione omoerotica» del professore nei confronti dello studente d’ingegneria Max Hergesell, il centro intorno al quale ruota l’intera novella è il rapporto tra Cornelius e Lorchen. Intere pagine sono dedicate a descrivere ciò che il genitore prova per la figlia, lasciando intendere come in quella relazione vi sia qualcosa che va oltre la parzialità affettiva. Lettore molto interessato agli scritti di Freud, Mann non esita a definire quello del genitore verso la figlia un «amore, non del tutto equanime né, in radice, del tutto irreprensibile». Tanto che Cornelius è «dolorosamente turbato» al termine della scena in cui viene «respinto» dalla figlia che a una festa si era sentita attratta da Hergesell: il genitore «prova ad acchiappare la piccina per attirarla a sé. Ma Lorchen gli sfugge, si divincola con forza, come se qualcuno la stesse torturando. Di Abel in quel momento non vuol sapere nulla. Non lo conosce fa di tutto, nervosa e infastidita, per liberarsi di lui».

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