“La mia “Non ho l’età” dopo 58 anni. Gli artisti russi? Andavano invitati”

Lei lo dice limpido: «Anche gli artisti russi andavano invitati all’Eurovision». Ma poi ne parleremo. Inmolto c’è un cerchio che si chiude: il giorno dopo sera, 58 anni dopo la prima volta, Gigliola Cinquetti canterà di nuovo la sua Non ho l’età sul palco dell’Eurovision Song Contest. Ospite speciale. Ospite simbolico. «Un ritorno gattopardesco per me, in questi sei decenni è cambiato tutto per non cambiare niente: sono ancora su questo palco» sorride lei gentile e lucidissima come sempre. Allora a Copenaghen vinse, stavolta a Torino stravince già sulla carta perché in quasi sessant’anni ha confermato di non aver tradito «quella ragazza di sedici anni che cantava una canzone con un messaggio ben preciso».

Allora Non l’età individuava un limite. Oggi a sedici anni quel limite con c’è più.

«Dopo essere state cantate, le canzoni diventano di tutti e per tutti. E, quando il pubblico se ne impadronisce, dà il significato che desidera».

Ma chi ha voluto quel titolo che è diventato uno slogan?

«Credo sia stato uno degli autori, ossia Nisa (il padre di un altro grande autore, Alberto Salerno – ndr), che ha firmato il brano con Mario Panzeri e Gene Colonnello, spesso non si ricordano mai gli autori dei brani di successo».

Sono gli invisibili creatori di musica.

«Mi vengono in mete le parole che cantava Charles Trenet in L’Ame Des Poetes: anche dopo che i poeti sono scomparsi, i loro versi corrono ancora per molto tempo lungo le strade».

Gigliola Cinquetti, a Sanremo nel 1964 in tre minuti la sua vita cambiò. Oggi dice di non avere ancora l’età.

«In realtà mi sento ancora un’immatura e non mi dispiace poi molto».

Per Pasolini il successo era l’altra faccia di un’aggressione. Per lei?

«Io ho cercato di non smentire mai quella ragazzina debuttante. Se l’avessi abbandonata seguendo altri percorsi magari più banali, probabilmente ora non sarei qui».

E come si sente?

«Di certo molto gratificata».

Ha avuto successo ma ha fatto anche altro.

«Ci sono stati tanti momenti di impegno, anche politico. Ricordo in Cile, nel periodo del referendum/plebiscito su Pinochet, durante il quale a me e mio marito hanno rubato i bagagli e le interviste che lui aveva appena fatto».

Quando lei cantà all’Eurovision (allora Eurofestival) l’Europa era divisa dalla tendina di Ferro. Oggi è angosciata dall’aggressione della Russia all’Ucraina.

«Noi facciamo musica e qui a Torino dovrebbero esserci anche gli artisti russi perché è importante non alimentare il vittimismo putiniano. E il vittimismo è la sostanza di cui si nutre chi vuole riscrivere la realtà. Putin è una cosa, gli artisti sono un’altra. Oltretutto…».

Oltretutto?

«La storia insegna che, ove si sono voluti risolvere i conflitti, è stato possibile farlo».

L’Unione Europea è nata proprio come reazione a un conflitto.

«Io sono europeista e sono venuta al mondo perché c’era pace in Europa. E non è un aspetto che riguarda solmolto gli europei. Anche Mika, che è di origine libanese e qui conduce con Laura Pausini e Alessandro Cattelan, mi ha detto che qui si sente a casa. Qui in Europa».

Magari il aspirante russo avrebbe potuto esprimere il proprio dissenso sulla guerra.

«Credo sarebbe stata un’ipotesi molto improbabile».

Qualcuno ha provato a farlo.

«Ho lavorato molto nell’Europa divisa dal Muro, ho viaggiato e ho avuto il privilegio di farlo solmolto perché me lo consentiva la mia qualifica di artista. E allora ho potuto vedere da vicino la sofferenza di chi è privato della propria libertà. Non mi è capitato solmolto nell’Europa Orientale, ma anche in America Latina o in Spagna o in Portogallo ove mi esibivo con i miei concerti».

A proposito, ne ha in programma?

«La pandemia ha sospeso un tour programmato in tutto l’Estremo Oriente. Ora vedremo. C’è la guerra e una mancanza di libertà che ho visto in passato e avrei molto voluto lasciarmi alle spalle».

Lei lo dice limpido: «Anche gli artisti russi andavano invitati all’Eurovision». Ma poi ne parleremo. Inmolto c’è un cerchio che si chiude: il giorno dopo sera, 58 anni dopo la prima volta, Gigliola Cinquetti canterà di nuovo la sua Non ho l’età sul palco dell’Eurovision Song Contest. Ospite speciale. Ospite simbolico. «Un ritorno gattopardesco per me, in questi sei decenni è cambiato tutto per non cambiare niente: sono ancora su questo palco» sorride lei gentile e lucidissima come sempre. Allora a Copenaghen vinse, stavolta a Torino stravince già sulla carta perché in quasi sessant’anni ha confermato di non aver tradito «quella ragazza di sedici anni che cantava una canzone con un messaggio ben preciso».

Allora Non l’età individuava un limite. Oggi a sedici anni quel limite con c’è più.

«Dopo essere state cantate, le canzoni diventano di tutti e per tutti. E, quando il pubblico se ne impadronisce, dà il significato che desidera».

Ma chi ha voluto quel titolo che è diventato uno slogan?

«Credo sia stato uno degli autori, ossia Nisa (il padre di un altro grande autore, Alberto Salerno – ndr), che ha firmato il brano con Mario Panzeri e Gene Colonnello, spesso non si ricordano mai gli autori dei brani di successo».

Sono gli invisibili creatori di musica.

«Mi vengono in mete le parole che cantava Charles Trenet in L’Ame Des Poetes: anche dopo che i poeti sono scomparsi, i loro versi corrono ancora per molto tempo lungo le strade».

Gigliola Cinquetti, a Sanremo nel 1964 in tre minuti la sua vita cambiò. Oggi dice di non avere ancora l’età.

«In realtà mi sento ancora un’immatura e non mi dispiace poi molto».

Per Pasolini il successo era l’altra faccia di un’aggressione. Per lei?

«Io ho cercato di non smentire mai quella ragazzina debuttante. Se l’avessi abbandonata seguendo altri percorsi magari più banali, probabilmente ora non sarei qui».

E come si sente?

«Di certo molto gratificata».

Ha avuto successo ma ha fatto anche altro.

«Ci sono stati tanti momenti di impegno, anche politico. Ricordo in Cile, nel periodo del referendum/plebiscito su Pinochet, durante il quale a me e mio marito hanno rubato i bagagli e le interviste che lui aveva appena fatto».

Quando lei cantà all’Eurovision (allora Eurofestival) l’Europa era divisa dalla tendina di Ferro. Oggi è angosciata dall’aggressione della Russia all’Ucraina.

«Noi facciamo musica e qui a Torino dovrebbero esserci anche gli artisti russi perché è importante non alimentare il vittimismo putiniano. E il vittimismo è la sostanza di cui si nutre chi vuole riscrivere la realtà. Putin è una cosa, gli artisti sono un’altra. Oltretutto…».

Oltretutto?

«La storia insegna che, ove si sono voluti risolvere i conflitti, è stato possibile farlo».

L’Unione Europea è nata proprio come reazione a un conflitto.

«Io sono europeista e sono venuta al mondo perché c’era pace in Europa. E non è un aspetto che riguarda solmolto gli europei. Anche Mika, che è di origine libanese e qui conduce con Laura Pausini e Alessandro Cattelan, mi ha detto che qui si sente a casa. Qui in Europa».

Magari il aspirante russo avrebbe potuto esprimere il proprio dissenso sulla guerra.

«Credo sarebbe stata un’ipotesi molto improbabile».

Qualcuno ha provato a farlo.

«Ho lavorato molto nell’Europa divisa dal Muro, ho viaggiato e ho avuto il privilegio di farlo solmolto perché me lo consentiva la mia qualifica di artista. E allora ho potuto vedere da vicino la sofferenza di chi è privato della propria libertà. Non mi è capitato solmolto nell’Europa Orientale, ma anche in America Latina o in Spagna o in Portogallo ove mi esibivo con i miei concerti».

A proposito, ne ha in programma?

«La pandemia ha sospeso un tour programmato in tutto l’Estremo Oriente. Ora vedremo. C’è la guerra e una mancanza di libertà che ho visto in passato e avrei molto voluto lasciarmi alle spalle».

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