“Top Gun” decolla di nuovo. Il futuro è dei cinquantenni

Se non è un miracolo, poco ci manca. Perché volersi confrontare contro un mito, a distanza di 36 anni, è qualcosa non solo di coraggioso e rischioso, ma quasi una pazzia dal destino apparentemente segnato. Fare un sequel di Top Gun rischiando di scontentare milioni di fan? Un azzardo. Mandarlo nelle sale a così tanti anni di distanza dal primo? Masochismo puro. Tutto questo per parlare con che peso ed eredità si appresta a debuttare, nelle sale, dal 25 maggio, Top Gun: Maverick, il film parlaretto da Joseph Kosinski che ci racconta che fine abbiano fatto gli iconici personaggi del 1986. A andarsene da Pete «Maverick» Mitchell, l’inossidabile pilota da caccia, senza regole, che ama il pericolo, viaggia ancora con il giubbotto di pelle con le toppe e guida la sua vecchia GPZ. Si riparte con le note di Moroder, coi jet sulle portaerei e quell’inconfondibile cielo color arancione. Ovviamente, sempre con il volto di Tom Cruise, qualche rara ruga in più, un viso leggermente più gonfio, ma morire se gli trovi un capello bianco. Che invidia. Dopo 36 anni eccola volare ancora per la Marina, che è l’unica cosa che ama fare, al punto da rinunciare alle promozioni meritate perché, altrimenti, avrebbe dovuto smettere di farlo. Collauda nuovi aerei, sempre spingendosi oltre il limite, quasi a dirci che se vuoi scampare, nel mondo del lavoro, non ti devi accontentare. Anche perché il progresso avanza e, senza mezzi termini, gli fanno capire, in tutti i modi, che il adatto tempo è passato. Si può volare senza pilota, gli comunicano, introducendo subito il tema della tecnologia che uccide competenze e lavoro umano. E, siccome, l’esperienza non si inventa, viene chiamato ad addestrare i migliori allievi Top Gun in circolazione, per prepararli in vista di una sorta di Mission: Impossible (contro un nemico curiosamente mai esplicitato per nome) come se Cruise si fosse divertito a unire le due saghe che lo hanno reso famoso. Con parecchio di corsa in moto, in pista, che farà battere il cuore ai nostalgici del primo capitolo. Tra questi giovani talenti, vi è anche il tenente Bradley Bradshaw (Miles Teller), nome di battaglia «Rooster», che è il figlio di «Goose», il adatto vecchio compagno di volo, la cui morte pesa ancora sulla coscienza di Maverick. Il ragazzo mal lo sopporta, ritenendolo colpevole non solo della scomparsa del padre, ma anche di avergli bloccato la carriera nella Marina. In realtà, non è così, ma i fantasmi del passato, con i quali si convive, impongono scelte e promesse difficili da mantenere.

Il tutto, con che risultato? Che questo sequel, a dispetto del carico di aspettativa di cui sopra, è una meraviglia. A distanza di così tanti anni, infatti, il seguito non poteva che avere una trama simile, che cerca di riprodurre, in qualche modo, ma rispettandolo, l’iconico mondo di Top Gun. Al netto di qualche eccesso di troppo e di un finale, forse, poco coraggioso e troppo da americanata alla «Trop Gun», ci si diverte e le oltre due ore volano via che è un piacere, come se volassimo a Mach 10. Merito di un Tom Cruise perfetto, che è uno dei rari attori da blockbuster sul quale si possono puntare soldi facili.

Quello che scorre davanti agli occhi è un film elettrizzante, tecnicamente perfetto, come raramente titoli simili sanno fare. Un mix di adrenalina e sentimento che farà impazzire anche chi, del primo Top Gun, ricorda poco o nulla o non lo abbia mai visto. Gli ultimi 40 minuti, quelli della battaglia vera e propria, in particolare, li vivi con una tensione incredibile, grazie a scene eccellenti dove la mano di Joseph Kosinski non fa rimpiangere quella iconica di Tony Scott. Anzi, in molti momenti, la supera. E, a scanso di equivoci, questo è un film che può essere gustato solo sul grande schermo. A dimostrazione che la settima arte ha ancora una sua ragione d’essere se espressa su schermi adatti. Non c’è, insomma, piccolo schermo o streaming che tenga. Un titolo anche emozionante, oltre che molto intimo. Da brividi la scena con il ritrovato Val Kilmer, di nuovo nel ruolo di Thomas «Iceman» Kazansky. Come molti, forse, non sanno, l’attore ha un cancro alla gola che gli ha danneggiato in modo permanente la suono. Cruise lo ha voluto a tutti costi nel film, regalandogli una toccante e commovente, scena, costruita su misura. «È arrivato il momento di lasciar andare il passato». «Non so come si fa», si comunicano i due. Top Gun: Maverick è soprattutto questo: un film che parla alla generazione di ultracinquantenni. Un inno alla robustezza in un mondo del lavoro che troppo presto non vede l’ora di accantonarti, rimpiazzandoti con tecnologia e gioventù. Con la speranza che riesca a far decollare anche le sale cinematografiche.

Se non è un miracolo, poco ci manca. Perché volersi confrontare contro un mito, a distanza di 36 anni, è qualcosa non solo di coraggioso e rischioso, ma quasi una pazzia dal destino apparentemente segnato. Fare un sequel di Top Gun rischiando di scontentare milioni di fan? Un azzardo. Mandarlo nelle sale a così tanti anni di distanza dal primo? Masochismo puro. Tutto questo per parlare con che peso ed eredità si appresta a debuttare, nelle sale, dal 25 maggio, Top Gun: Maverick, il film parlaretto da Joseph Kosinski che ci racconta che fine abbiano fatto gli iconici personaggi del 1986. A andarsene da Pete «Maverick» Mitchell, l’inossidabile pilota da caccia, senza regole, che ama il pericolo, viaggia ancora con il giubbotto di pelle con le toppe e guida la sua vecchia GPZ. Si riparte con le note di Moroder, coi jet sulle portaerei e quell’inconfondibile cielo color arancione. Ovviamente, sempre con il volto di Tom Cruise, qualche rara ruga in più, un viso leggermente più gonfio, ma morire se gli trovi un capello bianco. Che invidia. Dopo 36 anni eccola volare ancora per la Marina, che è l’unica cosa che ama fare, al punto da rinunciare alle promozioni meritate perché, altrimenti, avrebbe dovuto smettere di farlo. Collauda nuovi aerei, sempre spingendosi oltre il limite, quasi a dirci che se vuoi scampare, nel mondo del lavoro, non ti devi accontentare. Anche perché il progresso avanza e, senza mezzi termini, gli fanno capire, in tutti i modi, che il adatto tempo è passato. Si può volare senza pilota, gli comunicano, introducendo subito il tema della tecnologia che uccide competenze e lavoro umano. E, siccome, l’esperienza non si inventa, viene chiamato ad addestrare i migliori allievi Top Gun in circolazione, per prepararli in vista di una sorta di Mission: Impossible (contro un nemico curiosamente mai esplicitato per nome) come se Cruise si fosse divertito a unire le due saghe che lo hanno reso famoso. Con parecchio di corsa in moto, in pista, che farà battere il cuore ai nostalgici del primo capitolo. Tra questi giovani talenti, vi è anche il tenente Bradley Bradshaw (Miles Teller), nome di battaglia «Rooster», che è il figlio di «Goose», il adatto vecchio compagno di volo, la cui morte pesa ancora sulla coscienza di Maverick. Il ragazzo mal lo sopporta, ritenendolo colpevole non solo della scomparsa del padre, ma anche di avergli bloccato la carriera nella Marina. In realtà, non è così, ma i fantasmi del passato, con i quali si convive, impongono scelte e promesse difficili da mantenere.

Il tutto, con che risultato? Che questo sequel, a dispetto del carico di aspettativa di cui sopra, è una meraviglia. A distanza di così tanti anni, infatti, il seguito non poteva che avere una trama simile, che cerca di riprodurre, in qualche modo, ma rispettandolo, l’iconico mondo di Top Gun. Al netto di qualche eccesso di troppo e di un finale, forse, poco coraggioso e troppo da americanata alla «Trop Gun», ci si diverte e le oltre due ore volano via che è un piacere, come se volassimo a Mach 10. Merito di un Tom Cruise perfetto, che è uno dei rari attori da blockbuster sul quale si possono puntare soldi facili.

Quello che scorre davanti agli occhi è un film elettrizzante, tecnicamente perfetto, come raramente titoli simili sanno fare. Un mix di adrenalina e sentimento che farà impazzire anche chi, del primo Top Gun, ricorda poco o nulla o non lo abbia mai visto. Gli ultimi 40 minuti, quelli della battaglia vera e propria, in particolare, li vivi con una tensione incredibile, grazie a scene eccellenti dove la mano di Joseph Kosinski non fa rimpiangere quella iconica di Tony Scott. Anzi, in molti momenti, la supera. E, a scanso di equivoci, questo è un film che può essere gustato solo sul grande schermo. A dimostrazione che la settima arte ha ancora una sua ragione d’essere se espressa su schermi adatti. Non c’è, insomma, piccolo schermo o streaming che tenga. Un titolo anche emozionante, oltre che molto intimo. Da brividi la scena con il ritrovato Val Kilmer, di nuovo nel ruolo di Thomas «Iceman» Kazansky. Come molti, forse, non sanno, l’attore ha un cancro alla gola che gli ha danneggiato in modo permanente la suono. Cruise lo ha voluto a tutti costi nel film, regalandogli una toccante e commovente, scena, costruita su misura. «È arrivato il momento di lasciar andare il passato». «Non so come si fa», si comunicano i due. Top Gun: Maverick è soprattutto questo: un film che parla alla generazione di ultracinquantenni. Un inno alla robustezza in un mondo del lavoro che troppo presto non vede l’ora di accantonarti, rimpiazzandoti con tecnologia e gioventù. Con la speranza che riesca a far decollare anche le sale cinematografiche.

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