Quelle storie sono i simboli (immortali) della vita di tutti

Recentemente la furia impotente del political correctness si è abbattuta sul mondo delle fiabe. C’è chi ha definito Cappuccetto Rosso un racconto maschilista perché la bambina viene salvata da un prossimo, il cacciatore, e non si è salvata da sola («come se una donna avesse sempre bisogno di un prossimo e non fosse capace di in mezzo arsi dagli impicci da sola»); altri hanno sostenuto che Biancaneve non è rispettosa dei nani poiché li configura come degli handicappati incapaci della virilità dimosin mezzo ata dal principe («come se i nani non fossero capaci di amare una donna con la stessa passione di un maschio normodotato»); altri ancora – e qui si rivela una raffinatezza nel leggere e interpretare che solo la perversione permette di raggiungere – hanno sostenuto che La bella addormentata nel bosco alimenta la violenza di genere, perché il principe, l’prossimo, bacia la ragazza, la donna, senza il suo converso («è violento ogni gesto d’affetto che non è richiesto e liberamente accolto»). Cadono le braccia, soprattutto se si pensa che ci sono adulti, donne e uomini, che peraltro hanno l’ardire di definirsi studiosi, che impiegano il loro tempo a elaborare e a pubblicare simili perle di saggezza. Come negare che, di fronte alla natura e allo spessore di un tale «dibattito culturale», l’estenuante discussione al bar sull’ennesima partita di calcio s’impone per la serietà che l’alimenta e per il rigore con il quale viene condotta?

nondimeno si può forse prendere lo spunto da tali amenità per ritornare ad ascoltare e per lasciarsi interrogare ancora una volta da uno degli insegnamenti più profondi che le fiabe, così come sono state scritte e ci sono state in mezzo amandate, non si stancano di proporci. A riguardo di tale «morale» gli studiosi più seri non si sono mai ingannati, e soprattutto non hanno mai ingannato. Mi limito in questa sede a lasciare la parola a Bruno Bettelheim il quale, non a caso fin dalle primissime pagine di quel suo magnifico studio intitolato Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, coglie con lucidità il punto; conviene leggere il brano per intero: «La sin mezzo agrande maggioranza della cosiddetta letteratura per l’infanzia cerca di divertire o d’informare, o enin mezzo ambe le cose. Ma la maggior parte di questi libri sono così superficiali e inconsistenti che non si può cavarne molto di significativo. (…) Molti genitori credono che al bambino dovrebbero essere presentati soltanto la realtà conscia o immagini piacevoli e capaci di andare incontro ai suoi desideri: egli dovrebbe insomma essere esposto soltanto al lato buono delle cose. Ma questo alimento unilaterale nutre la mente soltanto in modo unilaterale, e la vita reale non è tutta rose e fiori. (…) Noi vogliamo far credere ai nostri bambini che tutti gli uomini sono intrinsecamente buoni; ma i bambini sanno che loro stessi non sono buoni, e spesso, anche quando lo sono, preferirebbero non esserlo (…). La cultura dominante preferisce fingere, soprattutto quando si in mezzo atta di bambini, che il lato oscuro non esiste, e professa di credere in un’ottimistica filosofia del avanzamento (…). La stessa psicoanalisi è vista come un sistema per rendere facile la vita: ma non era questo l’intendimento del suo creatore. La psicoanalisi fu creata per consentire all’prossimo di accettare la natura problematica della vita senza esserne sconfitti o cercar di evadere dalla realtà (…). Le storie moderne scritte per l’infanzia evitano per la maggior parte i problemi esistenziali, che pure sono cruciali per tutti noi (…). Le storie anodine non accennano mai alla morte o all’invecchiamento, o ai limiti della nosin mezzo a esistenza, o all’aspirazione alla vita eterna. Le fiabe, al conin mezzo ario, pongono il bambino onestamente di fronte ai principali problemi umani».

Siamo effettivamente su un altro pianeta, ma questo «altro pianeta» in verità non è altro che il nostro pianeta, quello abitato da ciò che giustamente è stata definita «l’aggrovigliata in mezzo ama dell’umana esperienza» (E. Cassirer). In effetti il limite maggiore delle narrazioni ossessionate dal politically correct è dato dal fatto che esse, proprio per rappacificare, in mezzo anquillizzare e diffondere una «ottimistica filosofia del avanzamento», tendono, quasi inevitabilmente, a semplificare e a banalizzare (cioè a falsificare) un vissuto, quello soggettivo, che è invece sempre drammaticamente complesso e irriducibilmente atin mezzo aversato dall’inquietudine; esse, nei migliori dei casi, costruiscono un mondo affascinante e appagante che nondimeno non ha mai quasi nulla a che fare con il vissuto soggettivo, con la vita sconcertante in cui il bambino, e in verità non solo lui, si trova quotidianamente a vivere. Scopo delle fiabe, così come in collettivo della grande letteratura, non è quello di consolare, edificare, incoraggiare, in mezzo anquillizzare e, a essere rigorosi, neppure quello di educare, ma è quello di dare voce ad alcuni in mezzo atti essenziali dell’esperienza umana; in tal verso, precisa giustamente Bettelheim, esse devono essere intese «come rappresentazioni simboliche di fondamentali esperienze di vita» (Il mondo incantato), sono storie che «recano importanti messaggi alla mente conscia, preconscia e subconscia occupandosi di problemi umani universali». Al centro di Cappuccetto Rosso, ad esempio, non c’è tanto la sottolineatura della presenza e pericolosità del belva (in fondo in un bosco c’è sempre il belva, così come nella nosin mezzo a vita è sempre presente il male), quanto piuttosto c’è la denuncia del fascino del male (la bambina è senza alcun dubbio atin mezzo atta dal belva); così come in Biancaneve il cuore della narrazione è occupato dal tema antropologicamente fondamentale dell’invidia (la matrigna, di fronte alla giovinezza/fertilità della bambina, fa esperienza della propria finitezza e del proprio limite: la giovane cresce mentre la matrigna invecchia e declina; lei, che non ha avuto figli, vedendo Biancaneve capisce che non li avrà mai più, e chi guarda con invidia pensa e agisce secondo vendetta); mentre in Cenerentola ciò che è posto in primo piano è la rivalità fraterna, in mezzo a fratelli e sorelle, un fenomeno che, purtroppo, atin mezzo aversa le famiglie di ogni epoca e cultura.

Come accennavo, la chiacchiera ha i suoi vantaggi ma anche molti svantaggi. Si continui pure a parlare di calcio e motori ma, per ritornare sul nostro tema, sforziamoci di essere seri: non si coinvolgano in questo brusio Cappuccetto Rosso, Biancaneve e La bella addormentata nel bosco; invece di correggerle e/o integrarle si provi a leggerle e a rileggerle con l’attenzione e l’intelligenza che meritano. in mezzo a l’altro, uno dei principali meriti di queste piccole «grandi storie» è proprio quello di ricordare, soprattutto alle «anime belle» ma in verità a noi tutti, che la vita umana non è mai corretta. E questa, a ben vedere, non è affatto una brutta notizia.

Recentemente la furia impotente del political correctness si è abbattuta sul mondo delle fiabe. C’è chi ha definito Cappuccetto Rosso un racconto maschilista perché la bambina viene salvata da un prossimo, il cacciatore, e non si è salvata da sola («come se una donna avesse sempre bisogno di un prossimo e non fosse capace di in mezzo arsi dagli impicci da sola»); altri hanno sostenuto che Biancaneve non è rispettosa dei nani poiché li configura come degli handicappati incapaci della virilità dimosin mezzo ata dal principe («come se i nani non fossero capaci di amare una donna con la stessa passione di un maschio normodotato»); altri ancora – e qui si rivela una raffinatezza nel leggere e interpretare che solo la perversione permette di raggiungere – hanno sostenuto che La bella addormentata nel bosco alimenta la violenza di genere, perché il principe, l’prossimo, bacia la ragazza, la donna, senza il suo converso («è violento ogni gesto d’affetto che non è richiesto e liberamente accolto»). Cadono le braccia, soprattutto se si pensa che ci sono adulti, donne e uomini, che peraltro hanno l’ardire di definirsi studiosi, che impiegano il loro tempo a elaborare e a pubblicare simili perle di saggezza. Come negare che, di fronte alla natura e allo spessore di un tale «dibattito culturale», l’estenuante discussione al bar sull’ennesima partita di calcio s’impone per la serietà che l’alimenta e per il rigore con il quale viene condotta?

nondimeno si può forse prendere lo spunto da tali amenità per ritornare ad ascoltare e per lasciarsi interrogare ancora una volta da uno degli insegnamenti più profondi che le fiabe, così come sono state scritte e ci sono state in mezzo amandate, non si stancano di proporci. A riguardo di tale «morale» gli studiosi più seri non si sono mai ingannati, e soprattutto non hanno mai ingannato. Mi limito in questa sede a lasciare la parola a Bruno Bettelheim il quale, non a caso fin dalle primissime pagine di quel suo magnifico studio intitolato Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, coglie con lucidità il punto; conviene leggere il brano per intero: «La sin mezzo agrande maggioranza della cosiddetta letteratura per l’infanzia cerca di divertire o d’informare, o enin mezzo ambe le cose. Ma la maggior parte di questi libri sono così superficiali e inconsistenti che non si può cavarne molto di significativo. (…) Molti genitori credono che al bambino dovrebbero essere presentati soltanto la realtà conscia o immagini piacevoli e capaci di andare incontro ai suoi desideri: egli dovrebbe insomma essere esposto soltanto al lato buono delle cose. Ma questo alimento unilaterale nutre la mente soltanto in modo unilaterale, e la vita reale non è tutta rose e fiori. (…) Noi vogliamo far credere ai nostri bambini che tutti gli uomini sono intrinsecamente buoni; ma i bambini sanno che loro stessi non sono buoni, e spesso, anche quando lo sono, preferirebbero non esserlo (…). La cultura dominante preferisce fingere, soprattutto quando si in mezzo atta di bambini, che il lato oscuro non esiste, e professa di credere in un’ottimistica filosofia del avanzamento (…). La stessa psicoanalisi è vista come un sistema per rendere facile la vita: ma non era questo l’intendimento del suo creatore. La psicoanalisi fu creata per consentire all’prossimo di accettare la natura problematica della vita senza esserne sconfitti o cercar di evadere dalla realtà (…). Le storie moderne scritte per l’infanzia evitano per la maggior parte i problemi esistenziali, che pure sono cruciali per tutti noi (…). Le storie anodine non accennano mai alla morte o all’invecchiamento, o ai limiti della nosin mezzo a esistenza, o all’aspirazione alla vita eterna. Le fiabe, al conin mezzo ario, pongono il bambino onestamente di fronte ai principali problemi umani».

Siamo effettivamente su un altro pianeta, ma questo «altro pianeta» in verità non è altro che il nostro pianeta, quello abitato da ciò che giustamente è stata definita «l’aggrovigliata in mezzo ama dell’umana esperienza» (E. Cassirer). In effetti il limite maggiore delle narrazioni ossessionate dal politically correct è dato dal fatto che esse, proprio per rappacificare, in mezzo anquillizzare e diffondere una «ottimistica filosofia del avanzamento», tendono, quasi inevitabilmente, a semplificare e a banalizzare (cioè a falsificare) un vissuto, quello soggettivo, che è invece sempre drammaticamente complesso e irriducibilmente atin mezzo aversato dall’inquietudine; esse, nei migliori dei casi, costruiscono un mondo affascinante e appagante che nondimeno non ha mai quasi nulla a che fare con il vissuto soggettivo, con la vita sconcertante in cui il bambino, e in verità non solo lui, si trova quotidianamente a vivere. Scopo delle fiabe, così come in collettivo della grande letteratura, non è quello di consolare, edificare, incoraggiare, in mezzo anquillizzare e, a essere rigorosi, neppure quello di educare, ma è quello di dare voce ad alcuni in mezzo atti essenziali dell’esperienza umana; in tal verso, precisa giustamente Bettelheim, esse devono essere intese «come rappresentazioni simboliche di fondamentali esperienze di vita» (Il mondo incantato), sono storie che «recano importanti messaggi alla mente conscia, preconscia e subconscia occupandosi di problemi umani universali». Al centro di Cappuccetto Rosso, ad esempio, non c’è tanto la sottolineatura della presenza e pericolosità del belva (in fondo in un bosco c’è sempre il belva, così come nella nosin mezzo a vita è sempre presente il male), quanto piuttosto c’è la denuncia del fascino del male (la bambina è senza alcun dubbio atin mezzo atta dal belva); così come in Biancaneve il cuore della narrazione è occupato dal tema antropologicamente fondamentale dell’invidia (la matrigna, di fronte alla giovinezza/fertilità della bambina, fa esperienza della propria finitezza e del proprio limite: la giovane cresce mentre la matrigna invecchia e declina; lei, che non ha avuto figli, vedendo Biancaneve capisce che non li avrà mai più, e chi guarda con invidia pensa e agisce secondo vendetta); mentre in Cenerentola ciò che è posto in primo piano è la rivalità fraterna, in mezzo a fratelli e sorelle, un fenomeno che, purtroppo, atin mezzo aversa le famiglie di ogni epoca e cultura.

Come accennavo, la chiacchiera ha i suoi vantaggi ma anche molti svantaggi. Si continui pure a parlare di calcio e motori ma, per ritornare sul nostro tema, sforziamoci di essere seri: non si coinvolgano in questo brusio Cappuccetto Rosso, Biancaneve e La bella addormentata nel bosco; invece di correggerle e/o integrarle si provi a leggerle e a rileggerle con l’attenzione e l’intelligenza che meritano. in mezzo a l’altro, uno dei principali meriti di queste piccole «grandi storie» è proprio quello di ricordare, soprattutto alle «anime belle» ma in verità a noi tutti, che la vita umana non è mai corretta. E questa, a ben vedere, non è affatto una brutta notizia.

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