Le sorelle del tennis che hanno sconfitto il ghetto

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È più della tipica storia del sogno americano che si compie. Perché riguarda non una, ma due ragazze nere, nate a quindici mesi di distanza, che conquistano la vetta del tennis mondiale. E perché è un sogno che a tratti stinge nell’incubo: il padre aveva deciso a tavolino di crescerle nel ghetto di Compton, Los Angeles, convinto che solo lì avrebbero potuto imparare a superare qualsiasi avversità, uscendone sempre più forti. Incomparabilmente, più forti.

Il disegno di Richard Williams, racconta Giorgia Mecca in questo libro, si realizza proprio nei termini in cui l’aveva studiato. Venus e Serena diventano due campionesse, a lungo imbattibili, preda dell’invidia delle colleghe, incuranti – apparentemente – di fischi, insulti e allusioni alla loro presunta scarsa correttezza: davvero quando giocano tra loro si danno autentica battaglia? Clima pesante, che determina anche alti e bassi nel loro rendimento, e l’out out degli sponsor che hanno investito milioni sui loro muscoli e il loro successo. Resistono, e se ne capisce perché leggendo le pagine particolarmente riuscite nelle quali è descritto il posto della loro infanzia (Mecca ci è andata nell’agosto 2019): 28 omicidi in un anno, un’atmosfera che non lascia spazio alla speranza, esiste solo la rassegnazione. Lo Yes we can di Barack Obama, che pure ha fatto sognare gli americani più derelitti, sembra un miraggio. Nessuno, a Compton, conosce le due stelle che ha prodotto (da ragazzine si sono trasferite in Florida, come molti giovanissimi talenti tennistici: ma le innumerevoli palline lanciate tutti i santi giorni da Richard le hanno colpite qui). Nessuno ha guardato le loro imprese in tv, come le finali giocate a Wimbledon: due afroamericane l’una contro l’altra nel santuario immacolato del tennis. Già, hanno dovuto imparare a guardarsi come nemiche, a urlare e alzare il pugno sapendo chi era la destinataria di quella rabbia. Ma il dna sviluppato a Compton prepara a tutto, a gestire lo shock dell’omicidio della sorella Tunde nel 2003 come anche a godersi i tacchi alti, divenire star della moda, essere fotografate da Annie Leibovitz. Altrimenti non si portano a casa complessivamente 30 titoli del Grande Slam (escludendo le vittorie in doppio).

Di storie di tennisti e tenniste forgiate da un “padre padrone” ce ne sono diverse e se ne potrebbe concludere che si somigliano tutte. In realtà no, ognuna ha una propria peculiarità e questa a maggior ragione, per il colore della pelle delle protagoniste, perché sono due e perché, anche qui, si entra in un mondo: un mondo che ritrae un pezzo di società al di là del tennis e al contempo esplora quel complesso di motivazioni, frustrazioni, forza di volontà, sensazioni di solitudine e molto altro che rendono unico questo magnifico sport.

Serena e Venus Williams, nel nome del padre
Giorgia Mecca, 66thand2nd, pagg. 168,€ 16

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È più della tipica storia del sogno americano che si compie. Perché riguarda non una, ma due ragazze nere, nate a quindici mesi di distanza, che conquistano la vetta del tennis mondiale. E perché è un sogno che a tratti stinge nell’incubo: il padre aveva deciso a tavolino di crescerle nel ghetto di Compton, Los Angeles, convinto che solo lì avrebbero potuto imparare a superare qualsiasi avversità, uscendone sempre più forti. Incomparabilmente, più forti.

Il disegno di Richard Williams, racconta Giorgia Mecca in questo libro, si realizza proprio nei termini in cui l’aveva studiato. Venus e Serena diventano due campionesse, a lungo imbattibili, preda dell’invidia delle colleghe, incuranti – apparentemente – di fischi, insulti e allusioni alla loro presunta scarsa correttezza: davvero quando giocano tra loro si danno autentica battaglia? Clima pesante, che determina anche alti e bassi nel loro rendimento, e l’out out degli sponsor che hanno investito milioni sui loro muscoli e il loro successo. Resistono, e se ne capisce perché leggendo le pagine particolarmente riuscite nelle quali è descritto il posto della loro infanzia (Mecca ci è andata nell’agosto 2019): 28 omicidi in un anno, un’atmosfera che non lascia spazio alla speranza, esiste solo la rassegnazione. Lo Yes we can di Barack Obama, che pure ha fatto sognare gli americani più derelitti, sembra un miraggio. Nessuno, a Compton, conosce le due stelle che ha prodotto (da ragazzine si sono trasferite in Florida, come molti giovanissimi talenti tennistici: ma le innumerevoli palline lanciate tutti i santi giorni da Richard le hanno colpite qui). Nessuno ha guardato le loro imprese in tv, come le finali giocate a Wimbledon: due afroamericane l’una contro l’altra nel santuario immacolato del tennis. Già, hanno dovuto imparare a guardarsi come nemiche, a urlare e alzare il pugno sapendo chi era la destinataria di quella rabbia. Ma il dna sviluppato a Compton prepara a tutto, a gestire lo shock dell’omicidio della sorella Tunde nel 2003 come anche a godersi i tacchi alti, divenire star della moda, essere fotografate da Annie Leibovitz. Altrimenti non si portano a casa complessivamente 30 titoli del Grande Slam (escludendo le vittorie in doppio).

Di storie di tennisti e tenniste forgiate da un “padre padrone” ce ne sono diverse e se ne potrebbe concludere che si somigliano tutte. In realtà no, ognuna ha una propria peculiarità e questa a maggior ragione, per il colore della pelle delle protagoniste, perché sono due e perché, anche qui, si entra in un mondo: un mondo che ritrae un pezzo di società al di là del tennis e al contempo esplora quel complesso di motivazioni, frustrazioni, forza di volontà, sensazioni di solitudine e molto altro che rendono unico questo magnifico sport.

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